Adriano Pappalardo – cronaca di un amore inatteso

(Basato su una storia vera)(della quale ne porto ancora i segni)(a livello psichico soprattutto)


Antefatto:

Domenica Pomeriggio, anno imprecisato del nuovo millennio… Il programma era tutto sommato piacevole. Nel pomeriggio sarei dovuto andare ad una manifestazione, “Il Gran Galà della Donna” (Ehi, poco da ridere, lì in fondo), in quanto avevo diverse implicazioni familiari nell’organizzazione, mentre la sera mi aspettava Er Derby. Sarebbe stato molto bello parlare in chat con gli amici dell’ennesimo selfie di Totti o di quel mirabolante gol della lazio, sarebbe stato interessante comprendere i residui zemaniani negli schemi giallorossi, come sarebbe stato arduo, ma non avaro di soddisfazioni, interpretare il pensiero di Caressa.

Sarebbero state tutte belle sensazioni. Ma le ho vissute solo sul mysky e a notte fonda. Perché, poi, alla luce dei fatti… durante Er derby, ero altrove. E non avrei mai desiderato esssere in un posto diverso.

A TU PER TU CON…

ADRIANO PAPPALARDO

 

Ore 16.45 – Ingresso in auditorium

Signore, donne, ragazze, bambine, mariti al seguito, figli imbronciati, fidanzati con le cuffie per seguire il finale delle partite, forze dell’ordine, un tipo dalla sessualità indecifrabile (aveva la gonna e la barba) e un bambino vestito da Goku: questo il campionario umano al cancello. Finalmente vedo il programma: si comincia da storie, estremamente serie, di donne coraggiose, si continua con un paio di compagnie di danza classica e moderna, un cabarettista visto su Canale 5 e, per la musica leggera leggo i nomi di Brando,  – tipo visibilmente ubriaco o sotto l’effetto di qualcos’altro (magari proveniente da questo locale, chi lo sa…), e… Lui. Lo vedo un istante dopo, in un manifesto, con le sue mandibole, il suo collo da bue e i suoi occhi da cerbiatto.

Ore 16.46-20.35 – Il Gran Galà della Donna

Mentre sento storie di donne che salvano interi villaggi di bambini africani, che resistono a torture nelle carceri del Guatemala, che hanno giornalmente a che fare con la povertà indiana (tutte promuovevano un libro, una fondazione o un sito internet, ma questo è soltanto un caso), comprendo che la mazza chiodata – con chiodi a caratteri mobili – con cui ci si tatuava passi biblici nel medioevo, in fondo era un piacevole diversivo.

Poco a poco, capisco che la possibilità di vedere il derby svanisce, ma la serata passa piacevolmente: fra il presentatore, un certo Mimmo Contestabile, che ci prova in maniera spudorata con la valletta di nome Glenda (o Gilda? O Goldie? Non ricordo… comunque a fine serata li ho visti andar via mano nella mano) e la signora indiana Kiram Bedi che ci delizia con un canto locale, di cui cito qualcosa:

“Aaaaaaaahhhhhiiiiiiiiaaaaaaeeeeeeeeeekkkuuuuuuuuusssssshhhhhhiiiiiiiiiivvvvvvaaaaaaaaaaavvvvvvviiiiiiiiiiissssssssssssssssnnnnnnnnnnnnnùuuuuuuuuuu” – pausa di mezzo minuto, nel quale comincia vistosamente a piangere – “Kuuuuuuuuuuuuuuuuuhhhiiiiiiiiiiiiiiiiiisteeeeeeeeeeeeeeeeee Batiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii Sambaaaaaaaaaa.” Spero riusciate a carpirne il significato profondo. Sono sicuro che la prossima volta che vi troverete a camminare da soli a notte fonda in prossimità di un cimitero, magari in aperta campagna, sentirete il vento intonare questa melodia.

Ore 20.36 – L’apparizione

Parole testuali del presentatore maniaco: “ed ecco a voi, signore e signori… Adriano Pappalardo!”

Io lo vedo a circa 10 metri dalla mia poltrona, sento fra il brusio dei 3000 presenti nelle gradinate un primo urlo. Adriano si presenta in jeans trucidi, probabilmente avrà sgozzato un capretto prima di arrivare, e giubbotto di jeans, appena più scuro (probabilmente, il giorno prima, con quello addosso, avrà stritolato un maiale a mani nude). Entra a braccia alzate e domina la scena, iniziando il primo sermone.

Ore 20.38 (si, due minuti di applausi…) – 20.45 Le donne

“Io vedo colleghe mie che non le distinguo da quando ci vedevamo tanto tempo fa!” “Ma come? Io sono invecchiato e loro sono come quando erano piccoline!” “Io ho sposato mia moglie che non ero nessuno e adesso che sono un uomo arrivato sono ancora con mia moglie!” “Quante belle donne ci sono qui… Queste sono le vere donne, non quelle della televisione… […] Quelle là, tutte belle, perfette… quando tornano in albergo, la sera… CI VUOLE IL LIBRETTO DI ISTRUZIONI per smontarle!” “A Lecce, quando me ne sono andato a Milano, c’era una ragazzina in terza media che mi piaceva […] Suo padre gli disse che io soldi non gliene portavo […] Quando sono tornato 10 anni dopo, lui mi viene incontro: <<Sei bravo, Adriano, me lo fai un autografo per mio nipote?>> Io gli ho detto: <<Ma tua figlia non me la volevi dare! A quest’ora quel bambino era mio figlio!>>”

Ore 20.45 – “Una Donna”

Il pezzo parte piano, musica soft. Poi spunta fuori la voce di Adriano. Dopo tre secondi il pubblico comincia a tremare, insieme alle sedie e a tutto l’auditorium. Il collo si ingrossa, mostrando una vena che, si e no, avrà la portata di un fiumiciattolo. Quando parte il ritornello, si scatena in una serie di movimenti robotici da far impallidire Robocop, Mazinga e tutti i loro colleghi. Cominciano a vedersi le perline di sudore sulla sua fronte. Lo sguardo è cattivo e dolce allo stesso tempo: mentre indica il pubblico, sembra che stia scegliendo la cena. Quando finisce, urla: “Siiiiii! Voi siete il vero pubblico! Io vivo per voi!”

Ore 20.48 – 20.52 Il figlio

“Se io sono arrivato dove sono adesso, è perché mi sono impegnato tutta la vita” “Mio padre mi diceva di andare a lavorare ma io, a 12 anni sapevo che dovevo cantare” “La recitazione mi è venuta in un momento di crisi, ma io sapevo che sarei diventato quello che sono” “Un giorno mio figlio mi disse che voleva cantare e recitare […] io gli ho detto: <<Fermati un attimo, pensaci bene, quando troverai la tua strada, conoscerai il tuo futuro>> […] adesso ha 25 anni ed è ancora seduto lì che aspetta […] questo mi rimane a casa fino a 60 anni!” “Io, la mia strada l’ho seguita e sono diventato Adriano Pappalardo, mica uno qualsiasi!” “E quindi… – cantato – I feel good” “Perché l’ingRese è una lingua maledetta di quanto è musicale!” “Se io dico:<<Hey, man, What’s going on? It’s all right?>> è una musica, invece se dico <<Salve, uomo, cosa succede, tutto bene?>> non mi dice niente, sta cosa”

Ore 20.53 “I feel good!”

Se lo sentisse James Brown, capirebbe cosa voleva davvero esprimere il suo pezzo. Al terzo I feeeeeeel good, si leva il giubbotto. Due file dietro, una signora si alza in piedi e urla “Sei un vero uomo!!!!” e io capisco che da quel momento in poi DEVO prendere appunti, dimentico Lazio-Roma e penso solo a dovervi trasmettere questa emozione. L’auditorioum si sta trasformando in qualcosa di vivo. Il suo spettacolo canoro tocca vette incomprensibili ed alla fine del pezzo lo vediamo buttarsi in ginocchio alla fine del palco, che miracolosamente ha retto. Le rotule di un individuo normale sarebbero già volate sugli spalti.

Ore 20.54 – 20-59 Io e Lucio Battisti – Primi problemi tecnici

“Un giorno ho detto a mia moglie: <<Io voglio fare il blues>>” “Del resto ognuno nasce con una voce, io avevo la mia ed era molto forte” “Ho conosciuto il mio produttore nel 1971, è stato il mio produttore fino a due anni fa: il grande Lucio Battisti” “Gli ho detto: <<Lucio, io voglio fare il blues>>. Lui mi ha detto << Lascia stare il blues, hai una voce che sembra un caterpillar!>>” “Quando mi scrivevano le canzoni lui e Mogol, era il 1974, ero considerato il più grande cantante italiano” – Si stacca il microfono: sguardo fulminante al fonico, si sbatte il microfono sulla gamba e questo riprende a funzionare.

Ore 21.00 “Segui Lui”

La sua sudorazione diventa scientificamente interessante: sulla fronte si è creata una patina e l’aria dentro l’auditorium sembra caricarsi di umidità. Potrebbe piovere, l’elettricità per i fulmini la mette lui, anche durante una canzone, tutto sommato, soft. E’ grandioso il modo in cui recita la canzone. La signora di prima, file dietro, sembra accusare un malore: per lei è il giorno più bello della sua vita. Mentre mima un’espressione truce, rientra in sala la signora indiana. Immagino me, la notte, nei pressi del solito piccolo cimitero di campagna, con il vento che scandisce i versi della canzone indiana e Adriano Pappalardo inbufalito a causa mia. Roba da non dormire per settimane. Ma non sapevo che stava per cominciare il sermone più significativo. Tema: i discografici.

Ore 21.01 – 21.13 L’elogio delle case discografiche

“Vi siete chiesti perché non vado in TV? Perché sono uno scomodo!” “Mi hanno cacciato dalla RAI perché dico sempre la verità, e a loro non piace chi dice la verità” “Il mondo della musica è nelle mani dei discografici che non sono delle brave persone!” “Quando un ragazzo mi ha fatto leggere una canzone, io l’ho cantata e abbiamo avuto successo […] Se finiva nelle mani dei discografici me lo rovinavano […] Mi rivolgo a voi che volete cantare, non date una lira ai discografici!” “Le persone buone in questo campo sono poche: una è mia moglie. […] è una santa donna, mi segue da anni. […] non c’è niente come il POLPO fatto bene come lo fa lei!” “A Sanremo possono dire tutto quello che vogliono sulla pirateria… I VERI PIRATI SONO LORO! Non si può vendere un disco a 45.000 Lire! – (n.d.a. parla proprio in Lire) – E chi siamo? TUTTI FIGLI DI AGNELLI?” “Al Disco per l’Estate avevo preparato una bella canzone. L’avevo scritta io, ma pensavano che il testo era di Mogol. Quando hanno saputo che anche il testo era mio, mi hanno detto :<< mi dispiace, vada via, Pappalardo.>> A me??? Io che sono stato in vetta alle classifiche per 10 anni? Io, che ancora oggi sento cantare Ricominciamo a ragazzi che non erano neanche nati! E’ questo il mio successo!”

Ore 21.14 “Come bambini”

E’ ancora visibilmente scosso per la canzone bocciata a Sanremo. Per di più il fonico lo aveva ripetutamente oscurato per qualche secondo, rischiando la vita ad ognuna di queste volte. A metà canzone, avendo urlato dal momento in cui è entrato in scena, il sudore ha iniziato a scorrere lungo il suo corpo, gocciolando dal mento come un rubinetto aperto. Si mette a correre per il palco, nelle pause incita il pubblico: “Siete magnifici!“. Lo spettacolo supera l’orario prestabilito e si comincia a svuotare l’auditorium. Folli, qui si sta facendo la storia! Alla fine della canzone, chiede il silenzio: alza il microfono al cielo, lo porta alle labbra e urla: “DITEMI SE QUESTA ERA UNA CANZONE DA BOCCIARE!!!!” La signora dietro, ripresasi, scatta in piedi: “NO! ADRIANO, NO!!!

Ore 21.15-21.21 Grazie, Pippo!

“Ho visto Sanremo di quest’anno, quel Pippo Baudo… se ci penso” “Sapete quante belle canzoni ho sentito che sono state scartate del festival” “Oramai, si ragiona solo in termini di Audience… siete voi la mia Audience!” “Una canzone l’ho scritta io, per una ragazza molto brava… […] avrebbe fatto un figurone in mezzo a quelle robe che ho sentito!” “Anche quando ero pronto per un’altra manifestazione tempo fa, la mia canzone è stata bocciata. Era il 1979 […]Non cantavo da 5 anni, ho avuto quel testo da uno sconosciuto, non era né Battisti, né Mogol, era un perfetto sconosciuto […] Io, non mi spavento, faccio nomi e cognomi: il signor Melis, ricordatevelo, ha detto CHE ERA UNA CAGATA!” “Quella canzone ha venduto milioni di copie e tutt’ora è la MIA canzone, è la VOSTRA canzone preferita! VAI CON LA BASE!”

Ore 21.28 RICOMINCIAMO!

Il fonico rischia sul serio, perché poco prima di lanciare la base, salta nuovamente il microfono. Adriano, non gliele manda a dire e gli fa un gesto con le mani che vuol dire: “Lascia tutto com’è, se fai casini mentre canto, vengo su io!” Si scatena la follia: la signora assatanata corre spintonando sedie e persone verso la base del palco, ma viene trattenuta dalla folla, che le impedisce di salire ed accoppiarsi con Adriano, che nonostante tutto rischiava di essere sopraffatto dalla fan. I livelli raggiunti dalla sua sudorazione avevano un che di miracoloso, quasi mistico, neanche la chiesa avrebbe trovato valide spiegazioni: il sudore gli scorreva e cadeva continuamente (non gocciolando, di continuo) dal mento e DAI GOMITI! Il pubblico va in delirio e lui scatena la sua voce: ad ogni “Ricominciamo” il buon Adriano si gode l’urlo della folla. Si affaccia dell’umido nei miei occhi: è un momento di pura estasi!

Alla fine è tripudio e, poco prima di andarsene e dopo aver stretto le mani al pubblico sotto il palco lancia un paio di volte l’urlo (ore 21.33):

SIETE UN CORO DI ANGELI, CHE DIO VI BENEDICA!

E così scomparì, dietro il palco. Un profeta.

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Un pensiero su “Adriano Pappalardo – cronaca di un amore inatteso

  1. Dovevi abbracciarlo, così com’era! Tutto sudato, appiccicaticcio, unto, viscido, sporco, maleodorante.
    Un esperienza unica e quanno te ricapita???

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