Incanto sul Bosforo – Diario esteso della crociera 2014

(Resoconto della crociera del 2014, in occasione dei 10 anni di matrimonio, pubblicato sul forum crocieristi.it a varie tappe nel mese successivo)

Cap. 1 – La genesi

10 anni di matrimonio sono insieme tanti e pochi. E’ passata una vita da quel lontano 2004 ed, allo stesso tempo, il tempo è volato in questi 10 anni. Eravamo soli, quindi in due, dopo 10 anni in quattro.

Bisognava festeggiare adeguatamente la ricorrenza… e, perché no, ripercorrere un po’ il passato, rievocando quel viaggio di nozze in crociera che tanto ci aveva emozionato.

10 anni fa, salimmo su Costa Atlantica, il giro era “Capitali nordiche” (Copenhagen, Stoccolma, Helsinki, San Pietroburgo, Tallinn) e fu sicuramente una bella esperienza: per la crociera – per noi era un’assoluta novità – e per le città meravigliose che abbiamo visitato. Ma una macchia ce la siamo sempre portati addosso: non ci fu mai un giorno di sole, mai una occasione per stare in piscina. All’arrivo a Copenhagen c’erano 13 gradi (26 Giugno) e il nostro primo acquisto furono dei pesanti maglioni in pile, che ci accompagnarono in quasi tutte le discese a terra.

Così, quando mia moglie espresse il desiderio della crociera, mi disse “fai tu” con la precisa direttiva: “Mediterraneo“! E pochi secondi dopo, prima ancora che iniziassi a ipotizzare scenari di romantici tête-à-tête, sorseggiando cocktail di fronte alla luna piena che si specchia sul mare e con musica da piano bar in sottofondo, giunse – velata ed impietosa – la seconda direttiva: “I bambini si divertiranno!“. Amen.

La scelta cadde sul lato orientale quasi subito: le isole greche, Istanbul… ma eravamo ancora a Febbraio, la certezza delle ferie sarebbe arrivata solo 3 mesi dopo. Quindi via con i preventivi, le alternative, le opzioni, vantaggi e svantaggi dei singoli itinerari, ecc… Ad Aprile le crociere interessanti oscillavano fra i 3.200 e i 4.500 euro: non bruscolini, il gioco varrà la candela? MSC e Costa avevano circa lo stesso prezzo, con la Costa che aveva anche qualche crociera più lunga per poco più. Ma ce n’era una che mi affascinava sempre un po’ più degli altri… Santorini, Atene e… 2 giorni interi ad Istanbul: come un weekend in cui la nave diventa albergo.

In cuor mio la scelta era già fatta, appena visto l’itinerario. Nel frattempo, la Costa inizia a mettere su offerte dopo offerte, invece la MSC esauriva le cabine e i prezzi non scendevano. A fine Maggio, 3 settimane dalla partenza, l’offerta è buona, le ferie confermate, le cabine si vanno esaurendo, e quindi… via! Nel giro di una mattina, blocco la crociera in agenzia, prendo i voli per Torino e mentalmente sono già a fare la foto con il capitano durante la serata di gala.

Ed è lì che salta fuori crocieristi.it ed inizio a scoprire questo forum, pianificando le escursioni e scoprendo un po’ di quello che mi aspetterà di lì a poco. Il primo concetto con cui vengo a contatto nel forum è che la crociera e la crociera Costa in particolare non è più quella di 10 anni fa. Vabbè, lo vedremo.

Il resto è un lungo avvicinarsi al giorno della partenza, con qualche ostacolo a minare il percorso:

1) l’indomani della prenotazione arriva improvvisamente la riduzione delle ferie: mia moglie deve rientrare al lavoro proprio in concomitanza dell’ultimo giorno di crociera. Panico. Si corre in agenzia, scopriamo la “crociera light”, ovvero un giorno in meno rispetto al programma previsto. Si va da Savona a Roma anziché da Savona a Savona. Conseguenze: una riduzione (imprevista e per certi versi inspiegabile) di circa 400 € sull’intera spesa e, poiché mi trovo a Roma per lavoro 5 o 6 volte l’anno, mi perdo solamente un giorno in cui sarei rimasto probabilmente in nave.

2) La Meridiana mi gioca uno scherzetto non da poco, riprogrammando i voli della stagione estiva. Il Catania-Torino dell’andata viene posticipato dalle 9.20 alle 21.00. La giornata a Torino con degli amici del luogo salta, li incontriamo alle 23.00 per un’ora con i bambini già ko. Però… oltre al volo sostitutivo, visto che la comunicazione è arrivata solamente 4 giorni prima della partenza, mi spetta – secondo la Carta dei Diritti del Passeggero – un rimborso di 250€ a testa (Si accettano consigli per come fare ad ottenerlo, dopo averlo già segnalato, da tempo), da scalare al conto complessivo della crociera. Il volo di ritorno, invece, lo devo sostituire con un Alitalia di qualche ora prima.

Ma è tempo di partire. Due adulti verso la quarantina, due bambini di 8 e 4 anni, 3 peluche, due valigie da stiva, 3 bagagli a mano e tanta speranza di passare dodici splendidi giorni insieme.

Si va!

Cap. 2 – Esodo

Torino, 27 Giugno 2014, ore 6.15

La sveglia predica nel deserto. Suona e risuona senza trovare nessuno che ponga fine al suo sforzo, unico suono percepibile in tutto l’albergo per diversi altri minuti. Poi, dalla finestra, il rumore di un tram e le prime connessioni neurali che ti restituiscono tempi, luoghi e aspettative della giornata. Il programma è chiaro: treno alle 10.30 per Savona, arrivo in stazione alle 12.45, taxi per il palacrociere, imbarco verso le 13.30, Incanto sul Bosforo a seguire nei dieci giorni successivi.

La desuetudine (parola del giorno) a prendere il treno, unita ad un bel po’ di paranoia personale, mi porta ad andare alla stazione da solo, mentre tutti dormono, per verificare l’esistenza effettiva del treno e l’orario esatto di partenza. Sono le 6.35 e buona parte di Torino ancora dorme, come la mia famiglia in albergo.

La mia ultima visita di Torino risale a 20 anni prima, ma la ricordo bene. Sarà un luogo comune, ma si respira ad ogni angolo del centro la regalità della città, per cui, dopo aver preso i biglietti alla stazione – tutto confermato quanto previsto da casa – si vola per un giro a piedi del centro città, del quale lascio qualche ricordo fotografico veloce.


Piazza San Carlo


Palazzo Reale


La Mole Antonelliana

Alle 8.20 sono di nuovo in albergo, intento a svegliare la famiglia che fa inspiegabilmente – magari sarò solamente io ad avere la sindrome di Peter Pan – le stesse resistenze di un giorno di scuola e lavoro.
Via dall’hotel alle 10.00, la formazione è casuale ma persisterà per tutta la durata del viaggio: Io con i due trolley grandi da imbarco, i bambini con un bagaglio a mano a testa da trascinare (si sentivano grandi viaggiatori, compreso il piccolo), mia moglie con zainetto in spalla e soprattutto occhio vigile sui “grandi viaggiatori” di cui sopra.

Si parte puntuali alle 10.30. Primo treno della loro vita per i bambini: l’entusiasmo dura, si e no, 3 minuti. Al quarto in sequenza veloce: “Papà… quando arriviamo?”, “Mi sto annoiando”, “Mi prendi il computer?”, “Mi manca la zia”, “Mi manca la mia stanzetta” e così via, finché, dopo aver provato a giocare con tutto ciò che ci siamo portati per intrattenerli – e naturalmente aver litigato continuamente perché volevano entrambi simultaneamente la stessa cosa,- non si sono addormentati per sfinimento.

Il viaggio verso il tanto agognato porto di partenza dura le due ore previste: Savona e il Mar Ligure appaiono luminosi dietro le ultime basse Alpi. La stazione dei taxi è sulla sinistra poco prima delle vetrate che indicano l’uscita della stazione. Il tassista – metallaro – vede le valigie e inizia a metterle nel cofano prima ancora che potessi dirgli qualcosa: le etichette costa parlano chiaro.

La tariffa Stazione – Palacrociere è fissa, 15 Euro, è ben indicata sul cruscotto del taxi. Un po’ di traffico, sguardi attenti dal finestrino per farsi una prima impressione di una città mai visitata (con i bimbi che, di fronte alla fortezza del Priamar, rimangono sorpresi di vedere un gorilla in mezzo al prato)


Il gorilla davanti al Priamar (foto presa da internet; soprassediamo sulla la mia, dal taxi in movimento)

All’arrivo al palacrociere, tutti efficientissimi. Scendiamo dal taxi e arrivano 2 signorine Costa in tailleur giallo, incalzanti: “dove andate, chi siete, cosa volete… un fiorino!” Scherzi a parte, Vi diranno esattamente dove andare, cosa fare, come saranno le procedure di imbarco, vorranno vedere i documenti e vi faranno subito consegnare i bagagli da imbarcare, che rivedrete in cabina nel pomeriggio. In fine vi daranno un numero per le procedure di imbarco, per noi il 10.

Occhio a non dimenticare nulla nelle valigie: servono le carte di imbarco – essenziali – il biglietto di crociera (che ovviamente noi abbiamo lasciato nella valigia consegnata all’ingresso del palacrociere) e i documenti personali.


Interno del Palacrociere di Savona

Il primo contatto lo abbiamo con una signorina in bianco, che consegna ai bambini il programma settimanale dello Squok Club. Mia figlia sentenzia, con gli occhi grandi dell’amore: “tanto non mi interessa, io voglio stare tutto il tempo con voi!”. La guardo con bonaria aria di sfida: ne riparleremo.

Alle 13.30, esattamente come previsto, chiamano il nostro numero: ci affacciamo per la prima volta a vedere le possenti mura della città galleggiante che ci ospiterà

Superiamo 3 diversi controlli di sicurezza, in cui si dimostrano sempre gentili e sorridenti soprattutto nei confronti dei bambini, per poi essere bloccati per la rituale foto di salita a bordo, dietro ad un timone, con un membro dell’equipaggio. E poi, altro controllo in cui ti scattano una foto con cui controlleranno, ad ogni salita e discesa della nave, che tu sei effettivamente tu, dirimendo a priori eventuali futuri disturbi della personalità; dopo quest’ultimo momento di identificazione, ti assegnano la tua fedele Carta Costa e ti si spalancano – finalmente – le porte della nave.


La hall centrale

Sorrisi e stupore. Siamo di nuovo a bordo dopo 10 anni. Evviva evviva… subito al buffet!

E mentre dedichiamo le nostre attenzioni al buffet, lanciamo uno sguardo a salutare la terraferma…

da lì a poco… si parte!

Capitolo 3 – La Nave (Navigazione 1)

Come detto, il primo approccio con la Deliziosa è stato presso uno dei suoi principali luoghi di perdizione: il buffet al ponte 9. Un principio base del marketing recita che “un cliente ben sazio è un cliente soddisfatto”. Loro lo sanno, bene, e ti mandano subito a prendere confidenza con l’aspetto gastronomico della crociera.

Il buffet è sempre pieno di cibo e ben rifornito, in 11 giorni non ho mai visto, prima dell’orario di chiusura – che peraltro rispettano scrupolosamente -, vassoi vuoti o qualcuno che si lamentasse che una data pietanza non ci fosse. Ci sono 5 aree da cui prendere pietanze sempre diverse, con buona abbondanza di condimenti, e un’area grill con tutto il necessario per hot dog, hamburger di carne e pollo e quanto di più McDonaldiano si possa immaginare.

I camerieri efficientissimi nel togliere immediatamente dal tavolo i piatti vuoti e nel pulirlo subito appena si libera. Da qui la prima sensazione che una nave da crociera, per funzionare, deve essere una macchina (quasi) perfetta. Sensazione che poi sarà accentuata dalle cene al ristorante.

Ciò che è strano è che mentre mangi al buffet, senti un volteggiare inquietante di avvoltoi alle tue spalle. Un crepitio di ali che non riesci a scrollarti di dosso. Che ti ronzano attorno e si avvicinano all’involontario gesto di sollevare una mano per grattarti la testa. Lo squadrone avvoltoi – senza Dick Dastardly, (cit.) – in polo gialla e sorriso beffardo è sempre lì: ti osserva e ti studia, pronto a cibarsi della tua carta costa come farebbe un vampiro affamato con un bel collo cicciottello.


flap flap flap… il pranzo degli avvoltoi

La procedura di imbarco prevede che alle 16.30, prima della partenza prevista per le 17.00, si svolga l’esercitazione di pericolo (piccolo passo in avanti rispetto alla crociera di 10 anni fa, in cui l’esercitazione l’abbiamo fatta al quarto giorno: e se avessimo beccato un iceberg prima del quarto giorno? Si improvvisava?). E’ quindi giusto prima scendere in camera e prendere conoscenza con l’ambiente.

La stanza che abbiamo ricevuto è la 5324, esterna con balcone nel ponte 5, zona centralissima a pochi passi dagli ascensori centrali.

Entrare in una nuova stanza (di nave come d’albergo) è momento di forte di emozione: il sapore del diverso, segno inequivocabile dell’essere in vacanza. Ed è proprio in quel momento che si materializza l’incubo più temuto: il letto a castello.

I bambini saltano – dapprima – dalla gioia, saltano e basta poco dopo: capiscono in breve tempo che si può saltare dal letto in alto al lettone, con e senza capriole. Nel giro di un quarto d’ora la cabina si è trasformata in un palazzetto dello sport in cui si praticano diverse discipline olimpiche. Finché, misteriosamente, la scaletta non è finita nel balcone e il letto superiore è stato ripiegato a muro. Qualche minuto di lamentela, ma poi è finito tutto lì.

Le valigie sono arrivate alla spicciolata mentre prendevamo confidenza con l’ambiente. La stanza era pulitissima (e lo sarà sempre, per tutto il resto della crociera: il nostro cabinista è stato impeccabile), non certo spaziosa, ma arricchita dal balcone, un vero valore aggiunto che ti fa vivere in modo molto diverso la permanenza in cabina. Purtroppo, come anticipatomi qui sul forum, avevamo la vista parzialmente ostruita dalle minisuite accanto, i cui balconi sulla destra erano leggermente avanzati rispetto al nostro.


La nostra cabina (la prima sull’argano a sinistra)

L’esercitazione si svolge in maniera ordinata quando suonano i sette fischi brevi ed uno lungo (suoneranno improvvisamente anche la mattina dell’ultimo giorno a Civitavecchia, ma non vedendo scene di panico nell’equipaggio, non si è mosso nessun passeggero). L’unica genialata è stata far vedere il fischietto di segnalazione del salvagente ai bambini più piccoli. Di lì a poco, è stato tutto un allegro fischiettare, fino alla fine dell’esercitazione.

Nel frattempo, Bocelli ci annuncia che la nostra crociera è felicemente iniziata.

Di nuovo in camera, poi alle 18.15 – today alla mano – si va in teatro per la presentazione della crociera, in cui conosciamo per la prima volta il direttore di crociera, l’esuberante Patricia Gomez, che impareremo a conoscere ed apprezzare meglio nei giorni seguenti.

Il servizio della cena che ci è stato assegnato è quello delle 19.00, con lo spettacolo a teatro alle 21.45. Proviamo a cambiarlo perché, almeno qui al sud, a quell’ora si cena solamente negli ospedali, ma il responsabile di sala ce lo sconsiglia, primo fra tutti perché le famiglie con bambini sono generalmente convogliate in quel turno e diversamente avrebbero avuto maggiori difficoltà ad accoppiarci nel tavolo con una famiglia simile.
Fortunatamente, abbiamo seguito il suo consiglio. Siamo finiti nel tavolo con una famiglia della provincia di Treviso con due figlie. Abbiamo legato quasi subito, sia i bambini fra di loro, che noi adulti e siamo diventati buoni amici con ottime prospettive di incontri futuri (magari ispireremo i prossimi film: “Benvenuti all’Estremo Sud”, “Benvenuti al Nord-Est”).

Il ristorante è gigantesco ed è, come vi dicevo, una macchina perfetta: in due sessioni di meno di due ore ciascuna fanno cenare 2.800 persone, senza attese lunghe, senza momenti di panico, con buona professionalità e, soprattutto, con una cucina veramente buona e creativa. Dopo 3 anni di visione di Masterchef, Cucine da Incubo ed Hell’s Kitchen, (e almeno due incubi in cui Cracco mi rincorreva con una padella in mano perché avevo fatto indurire il tuorlo nell’uovo fritto), so riconoscere anche io un bell’impiattamento!

E’ tardi, si va a dormire. L’indomani – dedicato alla navigazione – lo dedicheremo al vero e proprio giro della nave e a ciò che offre ai suoi passeggeri.

E quel messaggio che brilla nella tv della cabina, da quando siamo entrati la prima volta, non fa che ricordarci la stessa cosa che ci hanno ricordato decine di volte gli altoparlanti e la nostra cara Patricia: la notte occorrerà portare le lancette dell’orologio un’ora indietro. Anche se saremo ancora, tecnicamente, in Italia per tutto il giorno successivo. L’hanno detto decine di volte. Chi potrebbe mai sbagliare?

Chi ha letto gli altri post, sa come è andata con l’appuntamento con i colleghi di crocieristi.it. Stendiamo un velo pietoso. Della giornata di navigazione, mi limito solamente a raccontare due piccole chicche naturalistiche. Il passaggio vicino a Stromboli, che ci ha “salutato” sbuffando e il passaggio dello stretto di Messina… in quel momento la nave stava passando a meno di un’ora da casa, e noi abbiamo dovuto fare più di 1000 chilometri, prendere aerei, treni e taxi, per imbarcarci su di essa! Mia moglie mi ha ripetuto come fosse assurda la cosa centinaia di volte. E io, come potevo non darle ragione, mentre guardavo la mia Etna all’orizzonte?


Stromboli ci vede…


…e risponde al saluto della nave!

E il “Gala di Benvenuto”? Ci presentiamo tutti eleganti ed agghindati (anche se due tavoli più in là, gente in canotta pasteggia allegramente) per un semplice bicchiere di spumante in più? Non mi pare di aver visto un menu più ricercato, né una qualche attività speciale a bordo che giustificasse l’eleganza della serata. Il capitano, poi, dal nostro angolo tetro di ristorante non lo si è visto proprio. In effetti non ho mai capito se ci fosse.

Pausa, adesso.

Usciamo dalla modalità diario per un attimo e procediamo più schematicamente – piani nave alla mano.

Ponte 1:

Il Medical Center, di cui fortunatamente non abbiamo mai usufruito, per il quale non posso esprimere giudizi. Lascio alle mie colleghe di viaggio eventuali note (sperando che non ne abbiano neanche loro)

Ponte 2, da poppa a prua:

Il Ristorante Albatros: sede di tutte le cene e di due pranzi in coincidenza della seconda e della terza giornata di navigazione in cui, per forza di cose, il buffet al ponte 9 era invivibile: file chilometriche e lunghe attese per la disponibilità del tavolo, ci hanno convinti a dirottare giù i nostri pranzi. Il nostro tavolo stabilito per la cena era nell’angolo estremo sinistro in basso della sala, un po’ fuori dal mondo e senza finestra accanto. Un po’ da sfigati, insomma: quando i camerieri improvvisavano balletti e sfilate o si accennava un brindisi, non si vedeva nulla. In compenso abbiamo fatto amicizia con due famiglie di cinesi (con due bimbi splendidissimissimi di 1 e 2 anni) al tavolo accanto, con i quali il primo dialogo è da ricordare: chiedo a loro: “Where are you from?”, il cinese mi risponde senza fare una piega: “France!”. E dopo un attimo di imbarazzo, risate da entrambi i tavoli. Ok, ciao. Anzi, Chao.


il “sobrio” lookdel ristorante

Il Ristorante Samsara: riservato agli ospiti Samsara, che mangiano solo cibi da Samsara e che dormono nelle cabine dentro la Samsara. Che Samsara lì benedica!

Alcazar Bar and Lounge: si sentiva della bella musica e la cantante rossa presente aveva davvero una bella voce e un bel repertorio vintage. L’abbiamo purtroppo sentita solo di passaggio (vedi Gran Bar Mirabilis)

La Discoteca Sharazade: che conosco solo per le attività svolte lì dentro dallo squock club. Era discoteca solo dopo le 23.00, ma non ho avuto tempi e modi di visitarla nell’esercizio delle sue funzioni.

L’Atrio delle Delizie:, il cuore della nave, caratterizzato dalla colonna degli ascensori, dal grande bar al centro e dalla copia della Sfera di Arnaldo Pomodoro. Il primo giorno mia figlia maggiore disse al fratellino che l’aveva rotta lui. Da allora, ogni giorno, a qualunque ora, ad ogni passaggio, senza un briciolo di pietà: “Guarda: l’hai rotta tu!” “Non è vero… smettila!” “Si, è vero!” “Noooo!”. Nell’Atrio ci sono anche il Customer Service, in cui più volte ho chiesto varie info e in alcuni casi non mi sapevano rispondere (ad esempio, costi e funzionamento della MyCosta mobile) e in altri non capivano bene l’Italiano. Con il Tour Office, per scelta, non ho avuto nulla a che fare.

Mondo Virtuale: è la sala giochi classica, con delle belle postazioni moderne. Per i ragazzi è divertente: si gioca tutto con la Carta Costa. A me è toccata qualche partita con l’hockey su cuscinetto d’aria contro i miei bambini. (Ho vinto io)(Si, sono un mostro)(quando mi batteranno sul serio, apprezzeranno molto più il piacere di aver vinto)

Il Casinò Gaius: è un casinò classico. Non si gioca con la carta ma con i soldi veri, che ti convertono in fiche da riscambiare in contanti – se te ne restano – a fine crociera. Ho fatto solo qualche partita alla roulette, mi è andata pure bene, ma nulla più. Avrei invece voluto giocare a texas hold’em, ma in 11 serate non ho visto un solo giocatore sedersi al tavolo. Pazienza, “è andata così”, direbbe il mio nuovo amico trevigiano, parafrasando Verdone.

La Sala Fumatori: simpaticamente ribattezzata “La gabbia” da molti passeggeri dopo pochi passaggi, è il luogo di gran lunga più deprimente della nave. ATTENZIONE: DA QUI IN POI LEGGERE CON ARIA SULLA QUARTA CORDA DI BACK (nota come musica di Superquark) IN SOTTOFONDO: la specie “homo fumantes”, in via d’estinzione, è relegata in questo antro buio, ricoperto da vetri oscurati di colore marrone, attraverso i quali si possono vedere, nel proprio habitat, gli usi e i costumi di questa desueta usanza terrestre dell’uomo: egli infatti, tramite una complessa procedura di ispirazione ed espirazione, è intento a produrre delle colonne di fumo da strane appendici, di tipo diverso, che vengono sostenute delicatamente fra le labbra.

Il Gran Bar Mirabilis: è il luogo del dopo teatro, dove sorseggiare un (esoso) cocktail ascoltando buona musica, ballando e giocando con l’animazione. Ed è il nostro più grande rimpianto, perché in 11 serate, non siamo stati in grado di far stare buoni e calmi i bambini per rilassarci un po’ lì. O volevano andare a nanna o volevano fare altro. Del resto, decidono (anche) loro, no?

La Sala Carte: resterà nella mia mente come il luogo del mancato appuntamento. L’ho evitata il più possibile dopo aver mancato l’incontro qui fissato con gli altri 3 esponenti del forum presenti a bordo. Trovatemi un cilicio! presto!

Il Cinema 4D Etoiles: un costoso giocattolino. Abbiamo visto il film lungo (15 minuti) Castle Secret. Gli effetti funzionano, ma niente di impressionante. 8 euro a testa dai 6 anni in su.

Il Teatro Duse: grande, bello e capiente. Un palco ipertecnologico, che ruota, si alza e si abbassa. Un vero gioiello nel quale passare del tempo spensierato a vedere degli splendidi spettacoli. (ok, vabbè, lo so… ne parliamo a tempo debito). Dicono, ma sono solo voci, che se l’Italia fosse passata agli ottavi avrebbero proiettato la partita a teatro. Sarebbe stato bellissimo ed epico insieme. Peccato.

Ponte 3:

Vanilla Bar and Lounge: non ho grandi ricordi, se non parte dello stazionare a fine crociera in attesa dell’ora di sbarco. Passiamo avanti.

Art Gallery: Ma davvero? C’era?

Cappella: 4 banchetti, un altare e, naturalmente un banco delle offerte, per non sentirsi “diversi” dall’ambiente che la ospita.

Area Foto: Massima espressione delle sanguisughe che si cibano della Carta Costa a bordo della nave. In ogni momento, spunta fuori un fotografo che ti vuole immortalare mentre esci dalla piscina, mentre mangi, mentre guardi la tv, mentre ti scaccoli con disarmante eleganza sulla passeggiata (pardon, una forzatura per rendere meglio il concetto) (no, sul serio, non l’ho fatto davvero!). Le sanguisughe riempiono tutta la balconata sopra l’atrio delle delizie, migliaia di foto, in cui passi decine di minuti a cercare la tua. Ed istintivamente, passi l’intera crociera ad evitare di passare da lì, temendo che moglie e figli incappino in una vostra foto e spingano per comprarla, assicurandole un destino che inevitabilmente si concluderà in cassetto chiuso. Una foto? Da 15 a 20 Euro.

Internet Point e Libreria Velvet: Mai usato l’internet point (1 ora, 24 euro), bastava la connessione in roaming nei porti. La libreria invece era gratuita: potevi prendere qualunque libro, ma anche giochi da tavolo, carte ed altro per trascorrere i tempi morti in modo. L’ho scoperta tardi.

Sala Kipros: una sala conferenze. Non si può commentare di più.

Galleria dei Negozi: non ci ho prestato molta attenzione, a dire il vero. Abbiamo comprato solo due pupazzetti per i bambini che hanno deciso di impiegare così la loro quota crociera regalatagli dai nonni prima di partire: si tratta di due polipi, i cui nomi sono Pelosino e Pelosina. Giusto per darvi qualche informazione interessante. A proposito dei negozi, la voce che l’ultimo giorno di crociera ci siano degli sconti sostanziosi si è rivelata del tutto infondata, soprattutto all’interno dei negozi in galleria.

Caffetteria Sugar: non ci ho visto nessuno, mai. E quella nave di cioccolato è rimasta invenduta lì dal primo all’ultimo giorno.

Piano Bar Excite: usato più per mini conferenze in lingue diverse dall’italiano e come punto di riunione, l’ho frequentato solo per la cerimonia di rinnovo delle promesse matrimoniali.

Ponte 9:

Lido Acqua Regina: la piscina per soli adulti (anche se detta così assume una nota più hard). Sicuramente più tranquilla della piscina centrale, l’ho frequentata poco per tanti motivi. Ma la mattina della partenza da Istanbul, prima di fare colazione, dalle 7.30 alle 8.00, ho avuto mezzora di puro relax nell’idromassaggio, in perfetta solitudine, con vista mozzafiato mentre passavamo nella parte più stretta dello Stretto dei Dardanelli

Ristorante Buffet Muscandins: ne ho parlato prima. Tutto bene, grande e pieno di leccornie, le prime volte ci si perde alla ricerca del tavolo in cui si è lasciata la famiglia. Da evitare come la peste nei giorni di navigazione all’ora di punta. Servono la colazione, il pranzo, la pizza fino alle 17.30 e un buffet di dolci e dolcetti dalle 16 alle 17. La sera, pizza tonda a pagamento (4 euro), ma avendo gli amici al tavolo del ristorante non ne abbiamo usufruito.

Lido Azzurro Blu: Il cuore alto della nave. Un cuore piccolo ed invivibile. Spero ci sia una ragione tecnica per cui in una nave così grande, ci sia una piscina tanto piccola. I ragazzini che si tuffano, l’impossibilità di trovare una sdraio libera già dal primo mattino e il servizio di ordine inesistente rendono impossibile l’esperienza rilassante. Siamo stati in piscina spesso, in diverse occasioni, ma solo per i bambini. Ai loro occhi era la cosa più divertente in tutta la nave. Che altro avremmo dovuto fare?


l’ora di punta


anche davanti al maxischermo

Centro Benessere Samsara: Non ne abbiamo mai usufruito, ma sembrava invitante e ben curato.

Ponte 10, da poppa a prua:

Scuderia Costa: altro giocattolone. Non l’ho fatto personalmente, ma chi lo ha provato mia ha detto che era davvero molto realistico e gli è piaciuto. Prezzo dai 12 ai 20 euro, in base al numero di giri compiuti.

Virtual Golf: qui non so proprio nulla, se non aver visto delle signore insospettabili imbracciare il putter sul prato finto un paio di volte.

Ristorante Club Deliziosa: molto fine dal di fuori, ma anche questo non l’ho mai frequentato. Una cena 25€ a persona. Non sarebbe male, vista la qualità del menù, se si fosse fuori dalla nave. Così resta, a mio modestissimo parere, un qualcosa di inevitabilmente legato al concetto di spreco.

Squok Club: visto solo dall’esterno, infatti lasciavo i bambini (si sono convinti da soli a frequentarlo, o meglio sono stati convinti dalle compagnette del tavolo) ma sembrava tutto pulito e i ragazzini dentro sembravano sempre divertirsi. Ne riparlerò, ma vi anticipo che sono stati bravi davvero i ragazzi che ci lavorano.

Palestra: Grade e piena di attrezzi. Oh, i tapis roulant sono l’unico, ripeto UNICO posto in cui si può vedere dall’interno la prua della nave. Ebbene sì, ho compiuto anche io una sessione di tapis roulant: 500 metri e le ginocchia che mi hanno fatto male tutto il giorno.

Infine, La Costa Deliziosa… Una bella nave, davvero.

Capitolo 4 – Katakolon (Olimpia)

La vita da crociera è sicuramente bella nei momenti in cui si vive la nave, ma la magia vera e propria consiste nel momento in cui si coniuga con il concetto di viaggio. nel momento in cui tocchi terra, abbandoni quello che, altrimenti, sarebbe un semplice villaggio turistico galleggiante e comprendi come sia l’unione delle singole componenti a rendere la crociera una magia difficilmente riscontrabile in altri tipi di vacanza.

E questo accade anche quando la tappa è Katakolon, un paesello di pescatori, frazione di Pyrgos, un altro paesello di pescatori (e allevatori), che ha improvvisamente fatto bingo – letteralmente – nel momento in cui le navi da crociera hanno deciso che il vicino sito di Olimpia dovesse entrare a far parte degli itinerari programmati.

La prima giornata di terra inizia, quindi, come le altre giornate di mare: risveglio difficoltoso, colazione leggera (mia figlia scopre il bacon ed è subito amore a prima vista, io mi lancio sui pancake) (leggera appunto) e un po’ di piscina. Si scende a terra dalle 13 in poi, quindi la ressa al buffet sarà tutta alle 12.00. La strategia prevede il pranzo intorno alle 12.45, quando la massa avrà già finito, anche se comporterà la discesa a terra con qualche minuto di ritardo.


il risveglio difficoltoso di cui sopra


il solito relax in piscina

Come detto ad inizio diario, le nostre escursioni sono state tutte faidate, quindi, a casa grazie alle indicazioni di questo splendido forum, ho fatto un minimo di pianificazione e di studio dei luoghi da visitare, per renderli più interessanti alla mia famiglia e a chi fosse voluto venire con noi. Certo, non si può raggiungere il livello di una guida esperta: basta sapere cosa stai vedendo e conoscere un po’ della sua storia.

Il today ci avvisa della possibilità “Olimpia a modo tuo”, cioè il semplice passaggio in navetta Costa dal porto agli scavi, 14 euro a testa, adulti e bambini. Con il tempo, abbiamo capito che quando la compagnia propone questa offerta, lo fa perché esiste a terra una possibilità identica a prezzi tre o quattro volte inferiori (infatti la cosa si è ripetuta anche ad Atene), per cui con un po’ di timore per la prima escursione in autonomia, bypassiamo l’offerta e proseguiamo per la nostra strada.


come gli antichi marinari: TERRA!!!!

Nelle escursioni faidate di questa crociera farò due grandi errori. Il primo lo compio proprio qui a Katakolon: scendiamo dalla nave, superiamo i pullman delle escursioni, superiamo i cancelli e vediamo una fila di gente che procede lungo il porto. Che si fa? Beh, andiamo. Dal cancello vicino alla nave all’uscita del porto saranno 800 metri buoni. Sole a picco, calura, bimbi che al terzo passo ti dicono “sono stanco, portami in braccio” e… quando siamo già troppo in là per tornare indietro, mi accorgo che c’era la navetta che ti porta gratuitamente fuori dal porto e direttamente all’ingresso del paese!

Poco male, faccio qualche foto alla nave, ci schiacciamo nell’unica striscia d’ombra accanto al muro e procediamo lentamente verso l’uscita.


il primo impatto con TUTTA la Costa Deliziosa


la bandiera attesta che siamo effettivamente in Grecia

Fuori dal porto ci sono alcuni tassisti, ma soprattutto quelli che ti portano alle due agenzie di autobus per Olimpia. Il prezzo è simile uguale: 8 euro a/r per gli adulti (4 euro per i bambini da una parte, bambini gratis dall’altra). Parlano un discreto italiano (del resto i faidate li facciamo solo noi, l’ho presa come una questione di differenze economiche: il pensionato medio tedesco o dei nostri tantissimi “les amìs francofòne” in crociera, non ha bisogno di fare conti) e fanno partire i pullman al riempimento. Le alternative comunque non mancano: si possono affittare auto, scooter, quad, ecc. Ci sono i trenini per le spiagge e alcune di queste possono essere raggiunte anche a piedi, procedendo in direzione diversa all’uscita del porto).

Partiamo con il secondo pullman dell’agenzia di destra (ne dovrebbero essere partiti 4 considerando entrambe le agenzie). Per raggiungerlo passiamo dalla stradina lungo il mare, piena di localini molto carini, tutto sul bianco azzurro della Grecia. Il pullman ci aspetta all’ingresso (o uscita) di Katakolon, di fronte ad una chiesetta bianca in perfetto stile ellenico.


localini nella stradina lungomare di Katakolon


che colore va di moda quest’anno in Grecia? E l’anno scorso? E l’anno prima ancora?


la chiesetta – peccato non esserci entrati

E qui, comprendiamo per la prima volta una caratteristica base del cittadino greco di campagna, perfettamente raffigurato dall’autista del pullman: è perennemente incazzato, grida nella sua lingua in qualunque occasione ed in qualunque compagnia, urla dal finestrino alle macchine, risponde cortesemente – con il tono di voce dell’urlo – a chi gli chiede delle informazioni. Sarà la crisi economica, non lo so, ma il carattere del greco urlante è abbastanza ricorrente anche fuori dal pullman, prima e dopo il viaggio.

Il viaggio verso Olimpia dura mezzora circa, mia moglie e il piccolo sono davanti in mezzo ad un gruppo di romani, io e la figlia grande siamo all’ultima fila dietro (come alle gite scolastiche!). I bambini presto si addormentano e io inizio a guardare fuori per capire un po’ come si vive, dove mi trovo. O meglio, mi farei un’idea, se non fossi finito in un fortino della Lega Nord vecchia maniera. Un gruppo di 15 milanesi – grandi e adolescenti – che osservano con disprezzo il territorio, facendo pesanti osservazioni sulla gente e sulle proprie abitudini, con paragoni ancora più offensivi verso Sicilia e Calabria. Bah. Avevo la bambina che fortunatamente mi dormiva addosso e non potevo rispondere a modo: ma vivevano di preconcetti decisamente più fuori di testa delle capre che ci guardavano dal ciglio della strada. Certa gente farebbe meglio a girare bene l’Italia prima di mettere il naso fuori.

All’arrivo ad Olimpia, (anche qui, una lunga avenue di negozietti caratteristici che non visiteremo – ci dicono prezzi più bassi di katakolon) l’autista come da sua consuetudine inizia a gridare ad un suo amico la propria felicità nel reincontrarlo dopo così tanto tempo, così si svegliano i bambini e ci accingiamo a scendere i 300 metri della lunga discesa agli scavi (ore 14.15, 34 gradi). Superato il ponte su un fiumiciattolo, arriviamo alla biglietteria: 6 euro per gli scavi, 9 con scavi e museo archeologico, bambini sempre e comunque gratis. Il tutti a bordo è alle 17.30, il pullman ci aspetta alle 16.30. In due ore piene a disposizione decidiamo – sbagliando – che saremo in grado di fare entrambe le cose.

Il sito di Olimpia sul forum è stato descritto da alcuni come poco più che un cumulo di pietre, la responsabile dell’ufficio escursioni nella presentazione del programma di viaggio, ci diceva che senza guida avremo visto solo un cumulo di pietre… beh… che dire, qualche cumulo di pietre c’è davvero, ma non c’è certo solo quello.


Il colonnato ai bordi del Gymnasium


Parti di antiche grondaie sotto il tempio di Zeus

Rinfrescati dalla fontanella all’entrata e mappa alla mano, memore di quanto studiacchiato a casa e con un po’ di fantasia romanzata sono stato in grado di raccontare ai bambini un po’ di storielle interessanti, sia sui giochi olimpici dell’antichità che sugli edifici del posto, compresa una delle sette meraviglie dell’antichità che si trovava proprio lì a pochi passi da noi: la statua di Giove Olimpo. La soddisfazione più grande, per me, è stata sentire come dopo le piccole spiegazioni facessero delle domande pertinenti.

Il sito archeologico è quasi senza recinsioni, le pietre si possono toccare, leggere (mio padre era insegnante di greco antico e mia figlia ha voluto fotografare tutte le colonne con le iscrizioni. “Così poi il nonno mi dice cosa c’è scritto!”), ma non puoi salirci sopra e farti fotografare: gli addetti locali fischiettano, ti inseguono e ti impongono di cancellare l’immagine dalla fotocamera. Però capisco il turista medio che trova il piedistallo all’ingresso della pista di atletica con le impronte dei piedi della statua che un tempo vi stava sopra… una tentazione fortissima.


Una delle tante iscrizioni che il nonno a fine crociera dovrà tradurre 


Il Philippeion


L’arco che segna l’ingresso dello stadio

Attraverso l’arco, poi, si entra nello stadio. Non c’è nulla, se non per il fatto che dalla forma sembra un piccolo Circo Massimo di Roma, però si sente una fortissima emozione. Il luogo è carico di storia e suggestivo davvero, ripensando a ciò che un tempo vi si svolgeva. Splendido, davvero.


Lo stadio Olimpico (originale, no imitazioni)

La visita agli scavi si conclude alle 16.00, ci accorgiamo che il tempo per vedere il museo archeologico non c’è (avessimo preso quel pullman all’uscita dalla nave!), i bambini sono stanchi e ci tocca affrontare la lunga risalita fino al pullman. Ecco che si materializza un calesse. Visto il caldo, accenno ai miei cari se per caso volessero fare la salita lì e mi accorgo, mentre finisco la frase che stavano già salendo (5 euro). Ovviamente urla pure il guidatore, probabilmente discutendo con il tizio che ci ha proposto la salita della partita della sera Grecia-Costa Rica (Maledetti! La ferita non mi si è ancora rimarginata!).

Al viaggio di ritorno, saliamo fra i primi sul pullman evitando i lumbard molesti e torniamo ad Olimpia in tempo per fare un giretto per la via dei negozi di Katakolon. La fermata del pullman è davanti ad un locale in cui si svolge il ballo del sirtaki che osserviamo rapiti (era legato ad un’escursione ufficiale costa: un po’ di freeriding ogni tanto non guasta ), poi con calma, si torna alla nave e ci si prepara per la cena dopo le – agognate – docce rinfrescanti.


All’improvviso, misteriosamente, parte due volte lo scarico del water senza nessuno dentro. Dopo pochi secondi fuori dalla nave si vede questo… che le due cose siano collegate?

A cena ci si confronta con gli amici su quanto fatto in giornata, ci mettiamo d’accordo per andare insieme l’indomani e dopo un po’ di sano bighellonare per la nave, a teatro c’è il Circus Cairoli, senza dubbio e di gran lunga lo spettacolo più bello di tutti gli undici giorni di crociera.


il circus

Ma prima dello spettacolo, subito dopo cena, la giornata si conclude così:






Capitolo 5 – Santorini

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in un mare azzurro
Circondato da terre un tempo esplose diventate ferro equino
Pronto ad ingroppar me stesso e il parentame su mulo buzzurro

Ma questo non era lo periglio grosso quanto invece a me vicino
Lo era la furia del crocierista che con un sol pronto sussurro
Per scender pria da una lancia trapassar ti potea con un uncino

Cosa dir financo, di tanta confusione, in un posto cotanto desìato
Di bianco e celeste tinto non puoi dir quanto sia splendida visione
Ma con la speme di tornar in tempo all’attracco sprofondato

L’informe turistame parve invaghito dalla furia di prender postazione
ove l’ingresso era precluso se a duellar non fossi preparato
su quell’ultima corriera ove si concentrò dell’uomo la massima l’aberrazione

No, mi fermo qui. Ho pensato di farla tutta in terzine (lo so, senza rispettare gli endecasillabi), ma c’è un limite a tutto…

Santorini. Una delle mete più suggestive del nostro percorso. Tanto bella tanto difficile. Ma mai avrei pensato che mi riservasse tutto questo. Ma andiamo per ordine… tutto cominciò…

5.1 L’epopea dei biglietti per le lance

La sveglia suona alle 06.30, anche se il today del giorno prima era chiaro: i biglietti per le lance per la discesa a terra in autonomia verranno distribuiti a partire dalle nove. In un mondo ideale, si fa colazione con calma, alle nove si scende e si riceve un biglietto accompagnato da un sorriso dell’operatore e si attende con gioia il momento dello sbarco verso la meta tanto desiderata.


l’ingresso a Santorini


la scogliera

Ma la Costa qui ha giocato sporco: 2 momenti di sbarco: alle nove giù le escursioni organizzate da un porto secondario, alle 10.30 tutti gli altri dal porto principale. Il che vuol dire che, con l’ultima lancia alle 16.00, con un pessimo numero di discesa si rischia di avere a disposizione un paio d’ore o poco più.

E noi allora, dobbiamo elaborare un piano. Io e il mio “compare” di tavolo serale pianifichiamo l’attacco, perché non esiste il mondo ideale. E sappiamo che scendere fra i primi richiederà sacrificio e un notevole stress psicofisico.

L’appuntamento è alle otto giù al ponte due. Ci andiamo – entrambi dopo aver fatto colazione – alle sette e trenta. Arrivo prima io, sono il numero 7 della fila. Come dal dottore, si auspica la presenza di un eliminacode. Nel frattempo si iniziano a vedere strani movimenti. Vengo prima io, viene prima lei… dopo 10 minuti intorno alla posizione 20 è già caos.

Si passa all’eliminacode artigianale, ovvero bigliettini con numeri scritti a mano che indicano l’ordine di arrivo. Un’idea geniale e a prova di furbetto! Infatti… senza voler scomodare i miei vicini di tavolo cinesi, nel giro di 5 minuti saltano fuori, 3 numeri otto, 2 numeri 10 e una mezza dozzina di numeri 2.

Fra le prime urla con les amis francofòne, ci si rimette in fila vicino l’ufficio escursioni – come indicato dal servizio clienti – si fa amicizia, si scattano alcune foto ricordo e si aspetta. Il mio compare, nel frattempo è sparito. E i movimenti strani in nave aumentano: sciami di persone fluttuano da poppa a prua, ma se perdi la posizione sei fritto… e allora? Aspetti.


Quelli della fila nella Hall

Alle nove in punto un boato. I Costini approntano un tavolo in mezzo ad un corridoio senza preavviso. Scopriamo che le file già costituite in quel momento erano 4. Una in zona teatro, la mia nella hall, quella – vincente – accanto i tavolini della Costa e una inspiegabilmente al ponte 9 in piscina. Il mio compare aveva visto giusto ed era compostamente in fila a pochi passi dai tavolini.

A quel punto, signori miei, è guerra. Come le correnti, le due file al ponte 2 convergono verso i tavolini, cozzando fra di loro con urla e qualche spintone. La fila corretta resiste a mala pena all’impatto della corpulenta fila della hall che rivendica la primogenitura dell’attesa. La fila del teatro – stranieri prevalentemente – assiste sbigottita tirandosi dapprima indietro, per poi trovare un paio di capiultrà decisi a perorare la causa.


Fasi concitate dello scontro

Volano parole grosse, la capo animatrice guarda indifferente, con la calma di chi ha già visto queste scene e altre volte ancora le vedrà. Finchè lascia – e forse è la soluzione giusta – che tutto si calmi aprendo la distribuzione dei biglietti. Io e il mio “compare” arriviamo insieme all’ingresso, trentesimi a prendere il ticket o giù di lì. Abbiamo preso il numero 9, che ci porterà a scendere con la seconda lancia alle 10.45. Poteva andare peggio.


L’agognato trofeo

I nostri eroi tornano vittoriosi alle loro cabine. Ore 9.15. Tutti dormono ancora. Beata innocenza!

5.2 L’ascesa verso Thira e il viaggio per Oia

I Costini sono stati bravi e alle 10.15 ci dicono che potranno essere chiamati i primi numeri. L’Atrio delle Delizie pullula di gitanti che aspettano solo il via libera per poter essere imbarcati.


in attesa per lo sbarco

I disordini del mattino sono solamente un ricordo dei presenti, mentre il resto delle famiglie si è svegliato con tranquillità ed è venuto giù tranquillo dopo una colazione abbondante. Non si sono accorti di nulla e difficilmente crederanno ai racconti (“beh, ragazzi, lo sapete che i papà tendono ad esagerare, no?”).

Nella hall gremita, chiamano per la prima lancia i numeri dall’1 all’8, quindi noi finiamo nella seconda. Poco male, alle 10.30, siamo giù al ponte A per provare questa bella esperienza. Il mare è mosso, ma, raggiante come il sole, la director cruise Patricia dirige le operazioni di sbarco con maestria, vento nei capelli come un’antica polena di fine settecento.

Partita la prima lancia, ci sono dei problemi per la seconda, in quanto il vento a Santorini si comporta da perfetto padrone di casa e decide lui chi può e chi non può venire a casa sua. Altri venti minuti di attesa, nella speranza che si possa trovare il momento giusto per agganciarci alle lance locali. Poi, finalmente, si sale.


sulla lancia per Thira

I ragazzi si divertono, perché il battello a due piani ondeggia parecchio, qualcun altro file dietro si mostra leggermente pallido, ma l’arrivo al porticciolo di Thira è morbido e veloce. Ora bisogna andar su.

Le strategie qui, fondamentalmente, sono 3: salita sui muli, salita con la funicolare, barca diretta per Oia. Ogni alternativa porta dei vantaggi differenti, ma alla luce della presenza dei bimbi la decisione era univoca: si sale a dorso di mulo! Ad oggi, chi chiede ai miei figli cosa ti ricordi della crociera, il piccolino risponde come primissima cosa: “siamo saliti con i muli!”

E, se il giorno prima avevo avuto appena il sentore della cosa, alla Donkey Station di Thira ho avuto la dimostrazione massima del teorema del greco incazzato.


l’allegra brigata dei muli

I muli erano governati da 4 o 5 signori, i quali avevano il compito di selezionare il mulo giusto per ogni crocierista, aiutare quest’ultimo a salire e dare una bella pacca nel sedere al mulo per fargli iniziare la salita. Uno di questi signori, il più giovane, nero come la cenere per l’abbronzatura molesta, ha perso la pazienza iniziando a gridare contro tutti gli altri suoi “colleghi”, dando scudisciate ai muli stessi e spaventando a morte i presenti.

In un attimo la scena è diventata infernale: i bambini accanto piangevano dalla paura, gli adulti cercavamo di calmarlo, ma lui non guardava niente e nessuno, continuando ad urlare in greco e trovando pronta risposta in un suo stimato collega. Il tutto mentre continuava a fare salire la gente sui muli con metodi poco gentili (in un caso, scivolando, ha quasi “lanciato” una bambina in groppa al mulo dove c’era già il padre).

Finchè, parola magica, io e il mio amico, non ci siamo rivolti a quello cui avevamo affidato i nostri 5 euro a mulo dicendo: “Basta, ridateci i soldi”.

A quel punto, come nei migliori film di Tornatore, si alza un signore anziano che finora era stato seduto in fondo, guardando la scena: si avvicina con il passo stanco e pesante, guarda il ragazzo che ancora urlava e gli dice solo 3 parole a noi purtroppo incomprensibili, con tono pacato e guardandolo negli occhi. Il giovane suda freddo e improvvisamente diventa silenzioso e servizievole nei confronti dei turisti. Il vecchio può così tornare al suo muretto (e la soundtrack che solitamente accompagna le gesta di Don Vito Corleone, pur non presente realmente, risuona nelle nostre orecchie).

Si sale, una pacca sul sedere e via. I muli sono autoguidati, faranno quella strada centinaia di volte a settimana, decidono loro la traiettoria e quando e come prendere fiato lungo la salita. Si fermano dove è possibile fare foto, scansano i pedoni. Qualcuno ha il vizietto di affacciarsi sullo strapiombo o di camminare radente al muro mettendo a rischio la cute del passeggero, ma sono difettucci veniali. Dopo 35 minuti divertentissimi di salita circa (un genitore e un figlio per mulo), il mulo diligentemente posteggia a spina di pesce e lì capisci che l’ascesa è finita.


Il mulo sapeva benissimo quando fermarsi

Arriviamo a Thira, splendide case bianche, atmosfera magica, molti negozietti, ma sappiamo che è Oia il paesino più suggestivo, quindi si dovrebbe andare veloci per prendere il bus. Si dovrebbe, perché i negozietti mietono vittime, facendoci perdere un po’ di tempo.


Thira


Thira e la Deliziosa

La stazione del bus è facilmente raggiungibile, scollinando la dorsale di Thira ed arrivando nella strada principale. Caratteristica – estremamente discutibile – dell’autobus greco è che si sale e poi si fa il biglietto a bordo (1,60) al passaggio del controllore equilibrista-contorsionista. Il che porta direttamente ad un’altra caratteristica: si sale a pressione e a fronte di 52 posti disponibili, siamo circa in 80.


Scorci del percorso da Thira ad Oia (con macchia sul vetro)


La Santorini meno turistica

Qui, poi, devo bacchettare il forum: ho letto del percorso Thira-Oia fatto in circa venti minuti. Clamorosamente falso: il bus ne ha impiegati 45, facendo sballare i calcoli e riducendo la nostra visita di Oia ad un clamoroso mordi e fuggi di poco meno di un’ora. Sono le 13.00

All’arrivo, degustazione di specialità locali (pannocchie, nuts varie, baklava) mentre si va alla piazzetta e ci si sposta lungo i vicoli bianchi. E’ bellissima, alcuni panorami mozzano il fiato, viene voglia naturalmente di passare più tempo e dedicare una vacanza intera nell’isola.


Scorcio di Oia


La chiesetta nella piazza principale


Panorami


Mulo in versione Trolley

Ma la vita del crocierista faidate è dura e le emozioni vanno centellinate. Incredibilmente è già tempo di tornare. Come detto l’ultima lancia è alle 16, ci aspetta una coda per la funicolare di circa 45 minuti, un viaggio di simile durata e un po’ di strada a piedi (non dimenticando che abbiamo 4 bambini). Gli autobus per il ritorno sono alle 14 e alle 14.30. Il secondo orario è già troppo rischioso, quindi va preso il primo… a qualunque costo.

5.3 La lotta per la sopravvivenza

L’avversario più ostico per ogni uomo è il tempo: puoi cercare di contrastarlo, di ingannarlo, di fermarlo… ma è tutto inutile, perché sai che alla fine avrà ragione Lui. E allora, nell’accettazione inevitabile della sconfitta che verrà, esce fuori il peggio dell’uomo.

Che l’ultima corriera utile fosse quella delle 14 non l’abbiamo certamente pensato solamente noi. E alle 13.58, nello spiazzale di arrivo dell’autobus, c’erano non meno di 150 persone, forse 200, forse più.

E all’arrivo della preda ambita, ci siamo resi conto del pericolo. Eravamo in prima fila, ma abbiamo comunque assunto una disposizione ad uovo intorno ai 4 bambini. La gente, dietro iniziava ad accaldarsi e a premere. L’autobus ha fatto scendere i passeggeri poco più in là e poi si è diretto vuoto verso la massa.

Non so quale Santo ci ha guardato dal Paradiso, quel giorno, forse semplicemente l’autista ha capito il pericolo vedendo i bambini da lontano, ma la porta posteriore del pullman si è aperta proprio davanti a noi.

Mai vista una cosa del genere e mai sentita una pressione così forte alle mie spalle (se non un ricordo del concerto di Vasco Rossi a Palermo, ma lì avevo 20 anni e dovevo pensare solo a me stesso). Tutte le mie forze, insieme a quelle del mio amico e di alcuni vicini ammirevoli erano concentrate nel garantire la salita sicura dei quattro bambini e delle madri. Molti gridavano: “fate salire i bambini”, “attenzione ai piccoli”, ma la gente dietro spingeva con sempre maggiore impeto. Uno, due, tre… il quarto lo hanno tirato da su qualcuno già salito (il controllore, un turista, un angelo custode… chi può saperlo). Poi l’ultimo sforzo per fare salire le mamme, quando già stavamo per cedere… poi, una volta messi a posto loro, ho mollato. Come della marea mi sono sentito trasportare all’indietro. Mi sono passate davanti decine di persone. E io andavo indietro, trascinato da non so cosa, allontanandomi dall’autobus.

Poi, in un sussulto di orgoglio, ho ritrovato forza e “lottato” per rientrare fra gli ultimi, chiedendo di farmi raggiungere i figli a bordo. Ce l’ho fatta per penultimo. Ma ho visto scene raccapriccianti, gomiti alti, spintoni: non esisteva nulla per alcuni signori e signore, solo salire su quell’ultimo maledetto autobus.

Al di là di tutto, non oso pensare cosa sarebbe successo ai bambini se la porta non si fosse aperta proprio davanti a noi.

5.4 Il ritorno alla nave

Solo pochi istanti dopo essere saliti, ci siamo accorti che stava arrivando un altro autobus di supporto subito dietro il nostro. Ma chi poteva saperlo?

Su quell’autobus eravamo almeno in 100, 4 o 5 persone in ogni coppia di sedili. Ma era fatta. C’era ammirazione profonda per il controllore che doveva prendere il biglietto attraversando tutto l’autobus e mantenendo la calma.
Il resto è tutto una passeggiata. Torniamo a Thira e ci dirigiamo verso la funicolare (gli asinelli in discesa non sono raccomandati). La fila è lunga come immaginavamo, ma era piena di operatori Costa che gestivano l’attesa. 45 minuti buoni, come previsto, passati fra yogurt greco da provare e soste all’ombra da ricercare.

Poi la funicolare in picchiata (5€) regala le sue belle emozioni, così come il ritorno a bordo tramite le lance. L’abbiamo presa alle 15.58. Ma di certo c’è gente che l’avrà presa anche un’ora dopo e non è stato – giustamente – lasciato sull’isola.


giù in funicolare

5.5 Epilogo

Santorini è splendida, meravigliosa davvero… Una delle mete che mi hanno spinto a scegliere questa crociera e sono sicuro che ci tornerò con più calma. Aver avuto poche ore a disposizione è stato davvero un peccato. Le vicissitudini della giornata – soprattutto alla luce del fatto che siamo sopravvissuti – le ricorderò con un sorriso.

Un sorriso ammiccante e ammaliante come quello della maga (!) Simòne Shapland, che la sera a teatro ha provato a fare uno spettacolo di magia sui generis… l’unico spettacolo di magia in cui si capiva come venivano fatti tutti i vari trucchetti

Grande maga Simòne!

Cap. 6 – Izmir e i tormenti di Jamal

La giornata di Izmir è, in realtà, iniziata la sera prima quando, prima di andare a cena, ho preso mia figlia maggiore a quattrocchi (il piccolo pende dalle sue labbra e avrebbe eseguito senza battere ciglio le sue indicazioni) e le ho chiesto – caricandola di responsabilità – la domanda secca: “visto che hai trovato le amichette e che ti è piaciuto lo Squok club, ti senti di restare sola in nave mentre io e mamma andiamo in escursione lontano per 5-6 ore?” Al suo “no”, con annesso l’occhio lucido e il labbro tremolante, ho capito che la visita ad Efeso e alla casa di Maria andava rimandata ad altra occasione.

E Izmir sia. Amen. Fra l’altro è la prima volta che metto piede in Asia, sono comunque soddisfatto!


Il lungomare di Izmir all’arrivo


Bandiera all’arrivo

Izmir era l’escursione che avevo preparato meno: sulla base delle indicazioni del forum, l’idea originaria era prendere le carrozzine a cavalli – ideale prosecuzione del percorso a dorso di mulo fatto il giorno precedente – che avrei trovato a decine fuori dal porto e farmi portare attraverso una bella passeggiata nell’organizzato e pulito lungomare di Izmir, fino a piazza Konak, dove c’è la torre dell’orologio. L’arrivo è alle 8.00, il rientro alle 14.00. Le indicazioni del forum erano chiare: evitate i taxi, in alternativa, prendete i bus hoponhopoff.

Stranamente da soli, usciamo dalla nave con discreta calma intorno alle 9.00 e, dopo aver espletato i controlli, prendiamo in tranquillità la navetta che ci porta all’uscita del porto. A quel punto, per la prima volta, proviamo la sensazione reale di essere una preda. Ci fermano decine di tassisti che ci propongono il giro guidato di mezza giornata, mentre ci dirigiamo subito a destra dove dovrebbero trovarsi le carrozzine.

Ne troviamo solamente due, che partono ben prima che potessimo ritrovarci a contrattare. Così siamo soli, tutti e 4, con il nugolo di tassisti alle spalle e 4 chilometri di lungomare da percorrere. Bellissimo, certo, ma all’ottantesimo metro i bambini avrebbero iniziato a chiedere di essere messi in braccio e, cento metri più in là, l’area ludica che avevo visto nelle foto sarebbe divenuta la destinazione principale dello scalo.

E a quel punto arriva Jamal. Si, un tassista. Ci propone il solito giro: se fossimo saliti con lui, ci avrebbe portato in 4 o 5 attrazioni della città, aspettandoci con il suo Taksi e riportandoci in porto in tempo per la partenza: 50 euro per tutto il giro. Il mio “no, grazie”, cade nel vuoto, lui continua comunque a cercare di convincermi. Non devo prendere taxi, l’ho anche raccomandato al mio compagno di tavolo che ho intravisto durante la colazione.

Sulla spalla sinistra il diavoletto con la mia faccia, la coda a punta e la camicia a quadrettoni del tassista mi dice: “Sali, accetta… non ricordo fatti di cronaca nera, male che vada perdi solo i soldi che ti ruberà”; sulla spalla destra l’angioletto sentenzia: “Ma sei fuori!? Hai due bambini! Dove credi di andare con questo qui? Oggi finisce male!”. Volavano gli sguardi fra me e mia moglie: alla fine…

Il suo italiano era stentato, l’inglese ancora peggio… non so cosa mi ha spinto, alla fine, ad accettare. Si va: nell’immenso parcheggio dei taksi, si allontana e torna strombazzando felice. Con un sorriso e qualche bugia, gli faccio una foto mentre arriva: ho preso la sua faccia e il numero del taxi. L’ho mandata a casa tramite whatsapp con la frase: “Siamo a Izmir. Dovesse succedere qualcosa, è stato lui e quello è il suo numero di taxi.” Con questa pallida assicurazione, saliamo a bordo e usciamo dal posteggio, mentre cerco negli occhi della signorina al casello del posteggio eventuali sguardi di pericolo imminente nei miei confronti.


“Dovesse succedere qualcosa…”

Partiamo. Inizia una breve presentazione di Smirne: città moderna ed antica insieme, palazzoni nella zona nuova ben curata, case un po’ meno curate man mano che ci si allontana. La prima tappa del giro che ha previsto per noi è l’Agòra di Smirne. Mentre procediamo, si snodano tre eventi significativi nel nostro rapporto con Jamal: il primo divertente, il secondo preoccupante, il terzo decisamente inquietante.

Il primo: ad un certo punto inizia a dire una frase completa che finisce con SURPRIS! SURPRIS! E mi fa cenno di aspettare… nel giro di un minuto dal vecchio mangianastri in dotazione risuona la voce di Toto Cutugno, con gli spaghetti al dente e il partigiano come presidente. Giù risate da parte sua: “Questo taxi, tua casa!”. Io, ancora non del tutto convinto del nostro guidatore, pensavo: “Purchè non finisca con «questo taxi mia tomba»”.

Il secondo: mentre guida inizia a lacrimare, prende il suo portafoglio e ci inzia a fare vedere le foto della sua famiglia. Si concentra sul terzo figlio, Hassan, rivelandoci che è autistico, ed inizia ad elencare le spese settimanali che sostiene per tenerlo in un centro specializzato, quanto sia facile ricevere aiuti se sei africano, mentre se sei turco i paesi ricchi e le grandi nazioni come l’Italia (!) non ti aiutano. Che sia il momento giusto per compiere la sua giusta vendetta contro le nazioni occidentali?

Il terzo: guarda nello specchietto, incrociando lo sguardo di mia figlia. Inizia a dire altre frasi in turco, e poi mi guarda con sguardo spiritato, dicendomi “Io sento persone… Io Medium!”. Al semaforo, si ferma e nell’attesa chiede di poter mettere le dita sulla fronte di mia figlia, dicendo ancora “Io vedo futuro persone!”. Nella mia testa penso: “Oh, ca**o, questo no…”; a voce dico: “Oh, ca**o, questo no! Stai zitto, non dire niente, stai zitto!!!” pensando a chissà quale sventura stava per prevedere. Che poi è ovvio che uno non ci crede, però… e meglio non averci nulla a che fare lo stesso! Ma lui non demorde e, dopo qualche secondo, al verde del semaforo, stacca le sue dita da fronte e tempia della mia cucciola e dice: “io visto suo futuro fra venti anni”. Io continuavo: ”stai zitto, shut up, silence, non dire niente!”. Ma lui tranquillizzandomi, sopra il mio “Noooooooooooo”: “Stai sereno… Lei grande dottore di denti!”

Con queste belle conversazioni, arriviamo in una ventina di minuti all’Agòra, di Smirne. Il biglietto è 10 lire turche (circa 3 euro), ma pagherà Jamal per noi. Ci dice dove trovarlo e possiamo stare quanto vogliamo. Le rovine sono abbastanza significative (niente di che rispetto ai grandi siti archeologici), ma la visita comunque mantiene un senso.


scorcio di Agòra


la cisterna dell’antica Smirne

Usciamo dall’Agòra e la tappa successiva ci condurrà alla fortezza Kadifekale, detta il Castello di Smirne, da cui è possibile ammirare il panorama del golfo e di tutta la città. Jamal ci avverte: “Non comprare bancarelle castello, tutto made in china, poi porto io bazaar, porto io dove comprare!”. Ti ho capito, bello mio… Lo dico anche a mia moglie: anche a noi toccherà andare a visitare il negozietto dell’amico del tassista.

La fortezza è un po’ malandata, in fondo viene utilizzata solamente come torre panoramica. Ciò non di meno, il panorama è veramente bello, si comprende quanto è grande Smirne e in lontananza la Deliziosa ti guarda con quel tono da romanza napoletana “’sta casa ‘spetta a te!”.


Panorama dal castello


No, non posso scrivere correttamente il testo, ma più o meno faceva così: aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaooooooooouuuuuuuuuuuuuummmmmmm mkkkkkk!!!!!!

La terza tappa del nostro giro è la Moschea Blu di Smirne. Non sapevo neanche della sua esistenza, ma devo dire che mi è rimasta davvero impressa, ben più della Moschea Blu più celebre ad Istanbul. Piccolina, raccolta, pulitissima e ben curata (apprezzerò solo ad Istanbul anche il fatto che qui non c’era puzza di piedi sporchi di turista incivile), davvero un posto meraviglioso.

Qui nell’area davanti l’ingresso, Jamal mi sorprende con un bellissimo discorso sull’uguaglianza delle persone davanti a Dio, qualunque sia il nome che ad esso si possa dare, sul modo intimo di vivere la religione dei musulmani, sulla libertà di pensiero e di espressione che hanno i turchi rispetto ad altri paesi musulmani. In 5 minuti di discorso, un po’ in italiano e un po’ in inglese, ho istintivamente smesso di preoccuparmi di Jamal.


gioco di luci


dettagli


l’esterno

Dopo la Moschea Blu, l’ultima nostra tappa era il kemeralti bazaar, un primo assaggio di ciò che ci avrebbe poi offerto Istanbul. Ci diceva spesso: “prezzi Izmir buoni, prezzi Istanbul alti e roba non originale”. Me ne accorgerò due giorni dopo, ma non posso che dargli ragione, perlomeno sui prezzi.

Il quartiere di Kemeralti è in realtà un grande Bazaar, in cui il vero bazaar (inteso come mercato coperto) è solo una piccola parte. Jamal ha lasciato la macchina all’ingresso ad un suo amico e ci ha accompagnato a piedi lungo le vie del bazaar: ogni porta un negozio ed ogni negozio pieno di splendidi oggetti di ogni genere. Le trattative sono divertenti: per una lampada ci hanno chiesto 300 euro, poi siamo scesi fino a 35 .

Jamal ci ha portato da diversi suoi amici, in alcuni abbiamo comprato delle chincaglierie assortite per farlo contento, ma nel grande SHOP FOR CRUISERS che doveva essere l’obiettivo principale del suo commercio privato, non abbiamo comprato nulla, anche perché c’era merce improponibile come giubbotti di pelle e borse Louis Vitton a prezzi esorbitanti. Jamal è uscito contrariato (chissà quale fosse la sua percentuale), ma non ci ha abbandonato nel nulla.


i colori del bazaar


l’interno del bazaar (nonostante mia moglie INSPIEGABILMENTE sostenga che io non volessi fotografare esattamente il bazaar)

Ci accorgiamo fra un negozio e l’altro che il turco medio, nel suo cercare di essere gentile, ha il viziaccio di toccare i bambini: prenderli per mano, accarezzarli, tentare di dargli dei baci. E, forse per motivi religiosi, soprattutto lo facevano con il maschietto: molti lo volevano accarezzare, con la scusa di “occhi blu belli!”. Mia moglie ha uscito le unghie più di una volta e io li tenevo comunque stretti a me.

L’ultima tappa, su mia richiesta, era portarmi dove mangiare un Signor kebab. Ci ha portati all’uscita del bazaar, in un locale all’aperto molto caratteristico, in cui servivano molti piatti curiosi. Non so come e non so perché, mi ha fatto, invece, ordinare il piatto tipico di Izmir, che ha chiamato “Piccolo Beef” (Come? in Italiano e inglese?). Ha fatto le ordinazioni per noi e ci siamo messi a parlare un po’ del suo lavoro, di cosa faccio io, di calcio – tifoso incallito del Fenerbahce, ricordava con rabbia un gol di Del Piero di 3 anni prima.

Quando arriva questo piatto e l nostre bibite, ci accorgiamo che ha anche ordinato per sé una Fanta e un mostruoso Durum Kebab, che sembrava buonissimo e che, in fondo, era quello che volevo assaggiare io! Naturalmente, alla fine, si è fatto pagare il conto senza dire una parola!


il super kebab!

Finito il piattone (buono, indubbiamente), ci riporta alla nave. Mentre ci dice che non c’è più tempo per andare a vedere piazza Konak e la torre dell’Orologio simbolo di Smirne, ci accompagna al porto e mi saluta con un forte abbraccio.

Mentre ci allontaniamo nella zona portuale, guardiamo Jamal allontanarsi soddisfatto. Non ci ha sventrati, non ci ha rapinati, non ci ha fatto passare attimi di terrore. Ha svolto il suo lavoro e noi, tutto sommato, ci siamo divertiti e abbiamo capito un po’ meglio cosa è realmente la vita in Turchia.


si parte!


e mentre noi scarichiamo roba…


qualcun altro in porto sta clamorosamente flirtando!

Il pomeriggio in navigazione verso Istanbul, fra Squok, piscina e cena ci fa riappropriare di un po’ di vita da nave, e a sera lo spettacolo ci trasporta verso Atene e le cariatidi, con la presenza e la voce di tale Giovanna Russo, la cui presentazione avviene tramite spezzoni di sue partecipazioni televisive del genere Paolo Limiti e oldies varie. Avrà anche una bella voce, ma quando parte l’embolo della risata c’è poco da fare: già c’era inspiegabile allegria nel gruppetto, ma momento in cui presenta alcune sue canzoni e cavalli di battaglia, dirà “ecco, questa è una delle canzoni che ho presentato spesso ai bambini…”, mi scappa involontariamente un “Il coccodrillo come fa…” udito nel giro di un metro buono. La risata incontrollata parte e si propaga a macchia d’olio lungo 3 file per 4 o 5 minuti, prima di ricomporci e tornare tutti persone più o meno rispettabili. Lo so, è un episodio scemo, ma ancora ci ridiamo inspiegabilmente su.

Cap. 7. Primo giorno ad Istanbul

Ogni crociera ha una sua meta principale, il luogo che ti fa dire “ok, è quella giusta per me!”. E Istanbul, Bisanzio, Costantinopoli ha quel mix di storia, fascino e attrazione in grado di polarizzare la scelta… in altre parole… la scintilla! Il fatto che staremo lì per due giorni, ripartendo l’indomani alle 22.00, è stato infine il colpo di grazia.

L’arrivo in porto è previsto alle 8.00, ma sono già in balcone alle 6.30 a godermi l’avvicinamento alla città. E in breve mi si pongono davanti i profili noti dei minareti della moschea blu e di Santa Sofya, dei giardini del Topkapi e, una volta vicini al porto, della torre di Galata.


le prime immagini di Istanbul


profili conosciuti


Il palazzo del Sultano – Topkapi


vicini al porto, La torre di Galata

Premessa video ludica: non oltre due mesi prima, sempre in ossequio alla sindrome di Peter Pan a cui ho accennato in precedenza, ho completato un videogioco ambientato interamente nella Costantinopoli del ‘600 – Assassin’s Creed Revelations -, in cui con il mio alter ego Ezio Auditore ho girato in lungo e in largo le vie e i monumenti della città, fra combattimenti con i giannizzeri, discussioni con il sultano Solimano e arrampicate sui minareti delle moschee. In qualche modo, quindi, questa prima visita reale è stata quindi un “ritorno” dopo il virtuale. La cosa divertente, è che 500 anni dopo i fatti del videogioco, sapevo benissimo come muovermi, cosa cercare e cosa vedere anche grazie a quello.

Ma videogiochi e crocieristi, generalmente non sono due categorie legatissime, quindi meglio proseguire il diario con l’approccio classico 😀

Dalla sala colazione – lato porto – ci si affaccia sul quartiere genovese di Istanbul, dominato dalla torre di Galata: l’impatto non è un gran che, una vecchia stazione portuale sotto e dei vecchi casermoni poco sopra. Dall’altra parte vedi il traffico del Bosforo, il corno d’oro con le sue bellezze e i ponti sul bosforo che collegano Europa ed Asia, nella città che si divide fra due continenti.

Si scende giù intorno alle 9.00 nella nostra collaudata versione formazione bifamiliare ed gli steward Costa ti portano ad andare destra, dove, con il solito bus navetta, ti portano all’uscita del porto. Ad Istanbul il faidate è semplicissimo: la fermata FINDIKLI del tram di superficie T1 è appena 100 metri a destra dall’uscita. Per salire sul tram ci vuole il Jeton (che non è Veneto, ma turco), che si compra con 4 Lire turche a testa (i bambini, come sempre, non pagano) nelle macchinette che danno l’accesso alla fermata. Le lire turche si possono prelevare nei bancomat delle banche lungo la strada principale (anche di fronte alla fermata stessa), tramite prelevamenti dalle carte di credito.


guai a chi si avvicina alla mia tana!

Il primo viaggio è obbligatorio: si scende a Sultanhamet, ovvero la fermata al centro storico e monumentale, ove sono concentrate gran parte delle attrazioni. Ma le prime attrazioni con cui abbiamo avuto a che fare sono i negozietti subito sopra la fermata: con una lira (35 centesimi) si portavano a casa orecchini e altri souvenir.
Staccate le mogli a forza, scendiamo lungo la piazza sotto la fermata e ci dirigiamo verso la Moschea Blu. Sulla destra, nella grande piazza dell’ex Ippodromo, una grandissima area adibita a mercatino locale, di fronte a noi l’ingresso laterale dei giardini della Moschea. Anche lì negozi e negozietti la fanno da padrone e ci divertiamo un po’ a mercanteggiare.

E poi… si varca la porta della Moschea e si entra nel giardino interno, dal quale si può ammirare bene la bellezza delle cupole e dell’architettura. E, soprattutto, abbiamo fatto le prove mettendo il velo alle donne e donnine (nel senso di piccole donne) delle famiglie.


il cortile esterno


Il cortile interno


le cupole


uno dei minareti

In realtà l’ingresso alla moschea non è così immediato, perché dal cortile esterno si passa al cortile interno, caratterizzato dai portici decorati e dal bianco dei marmi che ti acceca. La fila per l’ingresso si snoda all’ombra sotto questi portici e scorre in maniera abbastanza fluida. Nel giro di un quarto d’ora, però, scatta il momento della preghiera e i visitatori vengono dirottati ad un altro ingresso attraverso un ulteriore cortile laterale, da cui si accede alle scale dalle quali si accederà all’interno.

Qui, inaspettatamente, percepiamo il primo dei due odori forti di Istanbul: in moschea, si sa, si entra scalzi, con tutto ciò che ne consegue. Tralasciando i dettagli olfattivi, che le parole non possono esprimere adeguatamente (formaggio ammuffito? topi in decomposizione?), veniamo invitati a riporre le scarpe in una busta di plastica – che porteremo con noi – e a coprire spalle e pantaloncini con dei grandi foulard che ti forniscono all’ingresso e che dovremo riconsegnare, al pari dei sacchetti, all’uscita.

I veli vari portano degli individui – fra cui il mio compagno di avventura – ad entrare conciati in modo tale che sembrano venir giù da un carro di carnevale. Ma poco importa, siamo dentro: dire che è splendida è poco: i colori, l’atmosfera, il gigantesco lampadario che si ferma a due metri e mezzo da terra… Ci accorgiamo che la moschea è divisa in due parti: una per i turisti ed una per la preghiera. Da una parte il sacro, dall’altra il profano, ci sentiamo un po’ fuori luogo, forse anche di più di quanto facciamo i turisti nelle nostre stesse chiese.


l’interno e l’abbigliamento dei presenti

Dopo qualche minuto di osservazione, si esce, con direzione, dall’altra parte della piazza, Santa Sofia.


il viale che collega la Moschea Blu a Santa Sofia

Durante il percorso, altri momenti di shopping, in cui proviamo anche i ciambelloni locali, e ci avventuriamo in qualche osservazione di carattere generale sulle abitudini locali: l’abbigliamento in primis. Ad esempio, noi siamo scesi in jeans e maglietta a maniche corte, in quanto avevamo letto di non esagerare con le gambe scoperte: segno di mancanza di rispettabilità per gli uomini, di bassa moralità per le donne. Nella realtà i turchi maschi rispettano questa usanza – non ce n’è uno in bermuda da nessuna parte -, mentre le donne turche invece vanno dalla copertura integrale con il burqa (pochissime, in due giorni le avrò contate sulla punta delle dita), al semplice chador sul capo, a un totale abbigliamento occidentale (molte gonne anche corte, pochi shorts). I turisti, invece, nella stragrande maggioranza, se ne fregavano e giravano per la città un po’ come gli pareva.
A Santa Sofia, arriviamo intorno a mezzogiorno, quindi dopo essere entrati attraverso le biglietterie (30 lt, 12 euro circa) ci si riposa un po’ al bar prima di entrare, dedicandoci a qualche bevanda locale, conoscendo i bagni pubblici del luogo (a pagamento e ben puliti) e intrattenendo relazioni con l’ampia comunità di gatti ivi presente.


all’esterno di Santa Sofia


un comodo esponente della comunità dei gatti turchi


l’interno da cui si notano insieme gli elementi cristiani e gli elementi musulmani


il lampadariuccio

Con i bimbi che danno i primi segni di stanchezza, entriamo all’interno della basilica/moschea/museo. Come saprete, all’interno di Agya Sofya, si possono osservare tutte le varie vicissitudini che ha subito l’edificio nel tempo. Da luogo di culto pagano (le colonne all’esterno), a chiesa cristiana (l’immagine di Cristo appena sopra l’ingresso), a moschea (gli enormi dischi di preghiera all’interno), a museo (le teche nei corridoi laterali con documenti ed altro sulla storia del luogo). La magia del luogo sta proprio in questo percorso storico, percepibile ad ogni passo.

La visita di Santa Sofia si conclude un po’ frettolosamente, per via della fame dei bambini. Fra un capriccio e l’altro, si decide di andare a mangiare qualcosa nei dintorni del Gran Bazaar. Torniamo alla fermata Sultanhamet e proseguiamo sempre lungo la linea T1 fino a Beyazit, alle spalle della quale si snoda il più grande mercato coperto del mondo.


un po’ di tavola calda locale


l’immancabile kebab

Inspiegabilmente, rimandiamo il pranzo a dopo la visita del mercato, e ci addentriamo, non prima di aver fotografato l’uscita per avere un riferimento, nei viali del bazaar. C’è di tutto: dai gioielli all’abbigliamento, dai souvenir alle chincaglierie varie… atmosfera stupenda, facce un po’ meno, prezzi molto molto più alti. I commercianti sono anche socievoli… dialogo tipico: “Italiani?” “Si!” “Bella Italia, dove? Roma, Milano?” “Sicilia!” “Ah, bella Sicilia, voi Mafiosi!” … no comment


l’ingresso del Grand Bazaar


scorcio dei viali interni

Anche qui, si lavora sulle contrattazioni e loro, furbescamente, puntano sempre ai bambini: in un angolo del Bazar un signore ha regalato alle 3 bimbe un braccialetto, chiedendoci di venire a visitare il suo negozio; noi, fessacchiotti ma non troppo, lo abbiamo seguito finchè non ci ha portati nel suo negozietto appena al di fuori del bazaar in cui vendeva la solita roba contraffatta (borse, articoli di pelle). Siamo entrati e, subito dopo, abbiamo visto che il compare ha chiuso la porta, con la scusa dell’aria condizionata. Non è successo nulla, ma nel giro di pochi secondi mi sono fiondato verso la porta e in 2 minuti eravamo tutti fuori, nuovamente dentro al bazaar. C’è da dire, che il bazaar è letteralmente pieno di agenti della sicurezza che pattugliano le varie strade.

Dopo una buona mezzora di giro, pesco dallo zaino la mappa del bazaar ricavata dalle indicazioni dell’utente del forum Sagittarix (sempre sia lodato!) e ci dirigiamo verso la stessa uscita da cui siamo entrati. Clamoroso a dirsi, ma… non abbiamo comprato nulla!

Ci fermiamo al kebabbaro a metà strada fra l’uscita del bazaar e la fermata, seduti al tavolo e ci godiamo un bel pranzetto con vista sulla vita della metropoli. Abbiamo beccato – come i polli – quello più caro: 23 lt a kebab contro le 8/10 lt della media, però era buono davvero.

Sono le 15.30, siamo fuori da 6 ore buone, i bimbi sono davvero distrutti ed è tempo di tornare sulla nostra Deliziosa. Arriviamo in nave alle 16 e, tanto sono stanchi… che vanno subito allo Squok Club. Piccoli disgraziati!

A sera, dopo cena, una volta constatato che a teatro ci sarà il solito spettacolino riempitivo di balli e canti, (bellissimo, per carità, ma al decimo minuto mi sarei appisolato senza remore), decidiamo di uscire nuovamente e lì, ahimè, compio il secondo grande errore del mio faidate in crociera.

Usciti dalla nave, non c’è la navetta perché sono le 21.00, si procede verso destra come al mattino. Il mio amico nota che c’è un exit anche verso sinistra, ma poiché avevamo visto un bel parco e una bella passeggiata al lungomare vicino alla fermata del metro presa al mattino, decidiamo di tornare lì. Per carità, è stata comunque una simpatica passeggiata: c’erano gruppi di studenti che si riunivano a festeggiare sui prati, piccoli chioschi che vendevano bevande locali e coca cola, pescatori che preparavano il kebab di pesce appena pescato (che a me non piace, ma doveva essere squisito), una simpatica famiglia turca che faceva sparare con dei fucili ai palloncini in acqua, tanta altra gente che passeggiava, anche ragazze da sole e, come sempre, tanta polizia in giro.


passeggiando lungo il porto, con il ponte illuminato sullo sfondo


il corno d’oro e la Deliziosa


caccia al palloncino


il ponte ci saluta con giochi di luce

Ma dall’altra parte… – purtroppo me ne sarei accorto solo l’indomani mattina – si poteva benissimo uscire e avrei trovato il cuore della vita notturna di Istanbul: locali affacciati sul bosforo proprio all’uscita del porto e soprattutto il ponte di Galata a pochi passi nel cui livello inferiore ogni porta è un ristorante. Ci sono ripassato l’indomani nel pomeriggio ed ho compreso in pochi attimi cosa ci siamo persi.

Alle undici e mezza, si torna in nave. E’ stata una bella prima giornata di Istanbul. Riposante, a cospetto delle avventure di Santorini e Izmir, da turisti “normali”. Il programma delle cose da fare e da vedere era un po’ diverso, ma torniamo a letto soddisfatti.

Cap. 8 – Ancora Istanbul e la notte della fragolina bianca

In una crociera è strano risvegliarti nello stesso porto in cui ti sei addormentato la sera prima. La due giorni di Istanbul, punto focale di questo itinerario, ti regala anche questa sensazione. E allora, cominci a pensare che ogni minuto sulla nave è un minuto non ben utilizzato.

Così alle 6.30 del mattino, mentre tutti in cabina dormono, mi lavo, mi vesto, salgo a fare colazione e do un senso alla mia giornata: scendo da solo alle 07.00 (non so che turni fanno, ma alla scaletta c’erano gli stessi oepratori del rientro la sera prima alle 23.30) e mi incammino verso sinistra dove effettivamente trovo l’altra uscita.


All’ingresso del porto è bene ricordare il fondatore della Turchia moderna

L’obiettivo di questo raid mattiniero è la Torre di Galata, il covo degli Assassini da cui ha preso le mosse la mia avventura videoludica di 500 anni prima. Con un briciolo (poi ovviamente infondato) di timore, inizio a salire una serie di piccole viuzze del quartiere genovese, ben sapendo che la torre sarà al culmine di queste salite.


le vie di Galata


la torre da pochi metri

Vedo la città svegliarsi, i primi anziani per strada, qualche barbone nei parchi, un po’ di gente che sorseggia il black tea o il turkish coffee nei primi “bar” aperti. Dopo neanche 300 metri, ecco la torre. Alta, con la forma affusolata. Si potrà visitare solamente a partire dalle 09.00, dicono che il panorama sul bosforo da lassù sia molto suggestivo, ma purtroppo dovrò rimandare ad altra occasione. La multiculturalità di istanbul la si vede anche in un dettaglio: accanto alla torre, un equipe di universitari turchi e americani stava facendo volare un drone intorno alla torre per realizzare delle riprese aeree.


il drone al lavoro…


… e a terra

Faccio ancora qualche giro nelle stradine del quartiere, poi decido di tornare in nave, ma non certo dalla stessa strada: la discesa avviene verso Sud, nella direzione del ponte di Galata, che percorro per qualche decina di metri. Lì, fra i pescatori già al lavoro al piano superiore, mi accorgo di quanto invece sia caratteristico il piano inferiore, con i suoi ristoranti e i suoi locali di tendenza. Mi mangio un po’ le mani pensando alla sera prima e a quanto sarebbe stato bello esser lì di sera. Va bene il faidate, ma mica si può sapere sempre tutto!


Il ponte di Galata


locali classici


locali di tendenza

Rientro in nave alle 08.30, trovo – ovviamente – la famiglia ancora dormiente, così fra una cosa e l’altra, fra un risveglio difficoltoso ed una seconda colazione abbondante, alle 10.00 si esce nuovamente in comitiva.

Ancora tram, stavolta sulla sinistra alla fermata Karakoy, con direzione – ancora una volta – Sultanhamet.

Stavolta, appena usciti, scendiamo di poco sulla sinistra fino a vedere i cartelli della Yarebatan Sernici, ossia la Basilica Cisterna, dove, secondo l’ultimo romanzo di un notissimo autore (non dico i nomi per non spoilerare), si nascondeva la soluzione per risolvere – drasticamente – il problema del sovraffollamento mondiale.

La Cisterna, che in realtà è effettivamente una cisterna, è un luogo magico, la cui magia è perfettamente sostenuta dall’ambientazione che vi è stata ricavata: luci rosse soffuse, una musica in sottofondo… hanno ben saputo vendere il prodotto che, bisogna ammetterlo, è davvero unico nel suo genere. L’abbiamo percorsa tutta, fino alle colonne con le due teste di medusa, una rovesciata e una posizionata di lato: un po’ di sano terrore nei bambini, una volta spiegato loro cosa gli sarebbe successo nel caso avessero aperto gli occhi, poi, dopo un breve ristoro sotterraneo e una foto in costume ottomano (bravi e veloci davvero i ragazzi che effettuano questo servizio: puoi prendere la singola foto con 5 euro, l’intero dvd con decine di scatti con 30 euro. Ovviamente ne abbiamo scelta solo una), è già tempo di risalire.


la basilica cisterna


la testona di Medusa

Sono già le 12.00 quando ci incamminiamo verso il Topkapi. I brutti segnali però si intravvedono: i nostri compagni di viaggio non sono al massimo della salute, i bambini vanno ko, già provati per le fatiche dei 4 giorni precedenti e la distanza verso il palazzo del sultano – in salita e con pause ai negozietti – viene colmata a rilento.

Entrati nel primo grande cortile, ci avviciniamo alle casse normali ed automatiche, dirigendoci verso queste ultime, comprando i biglietti nel giro di 10 minuti (bambini ancora gratis, 30 lt solo il topkapi, 15 anche l’harem – il cui biglietto può anche essere fatto dentro). Nel Topkapi riusciamo a vedere solo parte delle stanze del sultano, i cortili esterni ed interni, la sala del tesoro: per i bambini è stato davvero troppo e diventano improvvisamente stanchi ed insofferenti. Con un po’ di tristezza nel cuore (del resto non saremo nuovamente lì a breve…), abbandoniamo i propositi di vedere l’harem e torniamo verso la fermata di sultanhamet. Ci consoliamo: la mancata visita all’Harem potrebbe essere un buon motivo, un giorno, per decidere di tornare ad istanbul!


un gioioso portagioie

la spada incisa di Ahmet

Lungo il percorso assaggiamo tutto lo street food possibile – anche così si comprendono le usanze del luogo – e ci concediamo una passeggiata all’Ippodromo, nel quale c’era – non dite che ho le allucinazioni – un “mercatino di Natale”, con bancarelle, stand e addobbi vari, con tanto di palline e luci colorate. Mah.

Rientriamo in nave alle 15.30, il tempo di salire al ponte 9 a depredare la pizza disponibile. I nostri amici ci fanno capire che la loro Istanbul è finita lì, i bambini, dopo qualche minuto di riposo si sentono telefonicamente e tornano allo squok club dove fervono i preparativi per la notte bianca.

A quel punto, rimasti finalmente soli, io e mia moglie ci guardiamo negli occhi. Dopo dieci anni di matrimonio e altri 7 di fidanzamento, basta uno sguardo per capire dove si vuole andare a parare… “Lo facciamo?” “Si, facciamolo…” …e nel giro di 5 minuti eravamo nuovamente fuori dalla nave

(che avevate capito? Sporcaccioni!)

Un’ora e mezza solamente a disposizione, ma sufficiente a fare un bel giro che, in fondo, ci ha ricordato davvero quel viaggio di nozze in crociera di dieci anni prima: passeggiare in un luogo nuovo e affascinante, di nuovo insieme da soli… senza doverci preoccupare di controllare quei due piccoli terremoti che hanno sconquassato le nostre vite!

Siamo andati dritti al ponte di galata, lo abbiamo attraversato guardando i ristorantini, con i vari operatori che cercavano di farci accomodare per la cena (alle 16.45) in modo più o meno insistente (uno di loro ha detto, dopo aver capito che siamo italiani: “Italiani… buono pesce in italia, ma qui migliore… da dove venite? Ah, Sicilia? Noi sempre salutato mafiosi con panza piena!”)


antichi mestieri sul ponte: il turista britannico ci ha chiesto un euro per i diritti della foto

Arrivati dall’altra parte del ponte, al porto di Ikenomu, si estende una piazza molto grande con la nostra meta principale davanti, il bazaar delle spezie, e la Moschea Nuova sulla sinistra. Ma quello che ci rapisce, prima di addentrarci nel bazaar, è la quantità di gente, la vitalità di quella zona, i negozietti anche nei sottopassaggi e i venditori che spuntano come funghi… Uno scorcio di Istanbul sensazionale che nel giorno e mezzo fino ad allora vissuto, era rimasto nascosto.

Entriamo nel Bazaar e veniamo colpiti dal secondo odore (questa volta piacevole) che ci resterà impresso: l’odore delle spezie. Sublime, e poi i colori e – per non farci mancare nulla – i sapori dei Turkish Delight, del Baklava e di tante piccole cose che hanno reso splendido questo momento. Ci becchiamo qualche altro “mafioso” che poi, facendo di necessità virtù, utilizziamo per avere maggiore forza contrattuale (anche se credo che i nostri governanti regionali debbano impegnarsi di più per ripulire l’immagine della Sicilia da quello che forse è il nostro marchio esportato di maggiore successo).


l’ingresso del bazaar


le spezie


i Turkish delight


ancora spezie

La visita al bazaar delle spezie dura più del previsto e meno di quanto desiderassimo, ma si è meritata fino all’ultimo secondo speso all’interno.

Una volta lì, decidiamo di visitare anche la Moschea Nuova, più piccolina e meno puzzosa della Blu, ma altrettanto ben decorata. Stavolta, complice l’orario e il richiamo del minareto (aaaaaayuuuuuummmmaaaalllleeeeecchhhhhhhhiiiiiikkk kssssttttaaaaaà!) di qualche istante prima, la troviamo maggiormente piena di uomini in preghiera nella sala principale e donne raccolte in una saletta riservata, separata da un muro di maiolica con dei piccoli buchi. Affascinante e misterioso.


interno e preghiera nella Moschea Nuova


le maioliche


bambini che giocano (chiassosi e rumorosi, ma lì – ci spiegano – è concesso)


un intruso nelle foto

Alle 18.15 voliamo verso la nave, concendendoci qualche minuto nel negozio di dolciumi appena fuori l’uscita sud del porto per prendere dei souvenir gastronomici da condividere con il parentame.

Finisce qui la nostra due giorni a Istanbul.

Arriviamo allo Squok alle 18.35, trovando mia figlia a metà fra l’infuriato e il preoccupato. Ci perdonerà in camera al quinto Delight! Tutti a prepararsi, nonostante si arrivi a cena in sicuro ritardo… è tempo della Notte Bianca!


croceristi allegri


altri croceristi ancora più allegri




La notte bianca, in realtà, è la notte ”del bianco”. Viene decorata la nave con palloncini e festoni bianchi, tutta l’equipe di animazione si veste di bianco (tranne nel nostro caso una signora un po’ svampita vestita di verde che ha dominato la scena) e al ponte nove, in piscina, si scatena la festa. Balli di gruppo, canti e giochi vari, l’esibizione dei bambini del squok e un po’ di sana festa, cui partecipiamo finchè le nostre piccole belve non vanno definitivamente ko (ovvero 3 minuti dopo aver finito la loro coreografia con lo Squok Club).

E la fragolina del titolo? Basta l’immagine sotto:

Cap. 9 – Navigazione 2 – “People of the Cruise”

Due brutti segnali contemporaneamente non sono una bella cosa. Con la partenza della sera prima, abbiamo salutato contemporaneamente l’obiettivo più interessante del viaggio e la meta più lontana: segnali inequivocabili che siamo sulla via del ritorno e, ancora più agghiacciante, che la crociera sta finendo.

La mestizia si rivela anche nel fatto che oggi il telefono e la sua fotocamera sono rimasti ben chiusi in cabina (e il diario risentirà dell’assenza di immagini), avranno modo di rifarsi – per l’ultima volta – l’indomani ad Atene.
Dopo 5 giorni consecutivi di escursioni, oggi l’imperativo è “sveglia libera”, lasciamo che la natura faccia il suo corso senza porre ostacoli al sonno, lasciandoci cullare dalla nave… E fu così che alle 7.15 mi ritrovai con gli occhi spalancati del gufo. Che fare? Mentre russa – come un fumatore turco – persino il piccolo, mi affaccio al balcone e mi ritrovo a non più di 200 metri dalla riva, in pieno stretto dei Dardanelli.

Lì, decisione fulminea, mi infilo il costume e salgo al ponte 9, piscina di poppa per adulti, mi infilo nell’idromassaggio e mi godo mezzora di pace e relax, con un bel panorama. Finché non entrano in vasca una coppia di uomini tedeschi oversize – in lunghezza e larghezza – e una signorona francese (tutta rifatta) che ha passato negli idromassaggi della nave la sua intera crociera. L’incanto sul dardanello mi si è spezzato, così, all’improvviso e si rientra in nave.
La giornata è completamente di scarico: piscina e Squok per i bambini, qualche puntata al casinò nel pomeriggio, niente di eclatante da segnalare, se non ciò che si sa che accade nei giorni di navigazione: il grande caos!
2.800 persone “rinchiuse” in una nave di cui, in fondo, al nono giorno hai già visto tutto, fa sì che si crei una confusione totale nei punti più vitali: la piscina centrale, gremita dentro e fuori, con il miraggio di una sdraio appetibile solo due piani sopra e, soprattutto il buffet. Per cui, decidiamo per la prima volta di servirci del ristorante giù per il pranzo: servizio mediamente veloce, piatti ricercati abbastanza simili a quelli della sera… ma resta quella inevitabile sensazione e desiderio di risalire a fine pasto al buffet per integrare con un po’ di sostanziosa materia prima.

La “cena di gala dell’arrivederci” poi si è rivelata lo stesso bluff della prima, ma stavolta priva anche del bicchierino di prosecco. Tutti in ghingheri a sfoggiare eleganza più o meno variegata (o quasi, ricordando come ridacchiava il signore in canotta di fronte o il vicino cinese in bermuda) praticamente… per nulla.

Anche lo spettacolo serale del dopocena risente della tristezza generale: “Come Fly with Me” con Celia e Julien, che davvero sono dei bravi ballerini-acrobati ed hanno lasciato splendide sensazioni (commozione e tristezza) in tutti quelli che me lo hanno raccontato. Si, me lo hanno raccontato, perché io, in terza fila, ho più dormito che altro. Sarà l’età che avanza verso la quarantina!

La pochezza di emozioni della giornata mi lascia spazio per il secondo tema libero: “People of the cruise”, in cui vi presenterò le varie fenomenologie di umanità a bordo della Deliziosa, almeno quelle di cui valga la pena dire qualcosa in più. E, essendo un prof nella vita, non posso che chiudere con un voto.

Il Capitano
Non si può che cominciare da lui, Niccolò Alba, serio e possente, sguardo fiero e determinato, portamento elegante. Questo si evince dalla la sua foto nell’Atrio delle Delizie, unico punto di contatto che con egli abbiamo avuto. Per il resto, non lo si è visto e dal nostro tavolo defilato, non siamo stati in gradi di capire se fosse presente – al tavolo o di passaggio – alle due serate di gala. Sentivo di gente che rimpiangeva Schettino, in quanto dalle immagini lo si vedeva sul palco o in giro per i tavoli delle serate di gala a relazionarsi con gli ospiti.

Voto: N.C. per le relazioni sociali, 8 per non aver fatto “inchini” e perché la navigazione è andata sempre bene.

La Director Cruise
Patricia Gomez. La donna dal microfono scintillante, dagli abiti da sera eccezionalmente portati nonostante non sia certo una 42, dalla simpatia debordante e un po’ artefatta. Ma è stata anche la donna che con fermezza ed eleganza ha saputo trattare con la signora fuori di testa, che prendeva il vento in faccia a Santorini nell’attesa di dare il via libera alle lance, che incontravi a terra a coordinare autobus e dare info utili ai faidateisti come noi.

Voto: 9, presente, disponibile e sempre affascinante

Gli animatori di contatto
A dire il vero, non ci ho avuto molto a che fare, li ho solamente osservati dall’esterno non avendo mai partecipato ai vari giochi, sia in piscina che al gran bar. Mi sono sembrati in gamba, splendidamente poliglotti, in grado di far divertire i presenti.

Voto: 7, sulla fiducia

Gli animatori dello Squok Club
Con loro, invece, ho avuto ben più a che fare. Sorprendentemente i miei bambini hanno voluto stare lì, quindi già è un punto a loro vantaggio, poi si sono dimostrati sempre sorridenti, una vera e propria fucina di idee e di oggetti da realizzare con cui fare giocare i bimbi. Li hanno fatti partecipare attivamente alla vita della nave, con balli nelle serate a tema e truccandoli nei modi più disparati. In un pomeriggio sono riusciti ad imbastire uno spettacolo. Inconsciamente, sapevamo di lasciare i ragazzi in buone mani.

Voto: 9, hanno davvero fatto un buon lavoro.

Il cabinista
Credo non si possano fare nomi dei singoli, quindi ometto il nome del nostro ometto. Fortunatamente, è stato splendido dall’inizio alla fine: la stanza era sempre pulita ed ordinata (noi, in ogni caso, lasciavamo sempre le nostre cose in ordine), i teli cambiati con regolarità, letti in ordine, pupazzetti con gli asciugamani e scenette con i pupazzetti dei miei figli, soprattutto sempre con il sorriso nonostante il lavoraccio che gli toccava. Ogni tanto si giustificava per ciò che non poteva dare con la frase “disposizioni Costa”.

Voto: 10, davvero niente da dire, l’ho pure segnalato nel questionario finale

I camerieri del tavolo
Travolti da un lavoro senza un attimo di tregua: li incontri al ristorante la sera, al ristorante a pranzo, al buffet per colazione e spuntini degli adulti e dello squok. Girano come trottole e cercano di sorridere sempre (il sorriso è senza dubbio più forzato rispetto a quello dei cabinisti, ma li giustifico), soprattutto con i bambini. Impeccabili se non si esce un filo dalle linee della cucina, rischiano di andare in confusione se c’è un extra o una lieve correzione alle comande, ma buona parte delle volte riescono ad assecondare le richieste.

Voto: 7,5, il lavoro un po’ li logora, ma restano eccezionali

I cantanti e i ballerini dell’Afro Arimba

Bravi tutti, senza esclusione. Ma l’applauso va anche ai costumi spettacolari, ai tecnici del palco e delle luci. Il cantante “tascabile con lo sguardo da furbetto” (cit.) e la cantante hanno ottime voci ma sono stati protagonisti di interpretazioni un po’ “piatte” (da cui il sonno reiterato e la rinuncia ai loro spettacoli a fine crociera). Per qualcuno di loro avrei evitato la passerella senza trucco dell’ultimo giorno…

Voto: 8, indubbiamente bravi, ma senza entusiasmare

I camerieri dei bar
Protagonisti indiscussi del gioco “risucchia la costacard”, agiscono come cavallette, ti scrutano e ti osservano: cercano di capire se sei tipo da cocktail o meno, si avvicinano con fare sorridente e ammiccante, per poi piazzarti il “desidera qualcosa?” con la mano già involontariamente tesa. Fanno il loro mestiere, lo fanno con discrezione, certo, ma restano comunque leggermente indisponenti. Una menzione particolare per una di loro che somigliava tanto ad un’infermiera di ospedale gestito da suore.

Voto: 6, indisponentucci

Il conferenziere
Troppo simile ad Elton John, toupè compreso, per prenderlo seriamente. Troppo votato a spingere per le escursioni della compagnia per ottenere da lui informazioni utili.

Voto: 4, inutile.

I croupiers del Casinò
Professionali e simpatici, quasi iconici nel loro look, decisamente divertenti. Probabilmente perché alla roulette ho vinto qualcosina. Altrimenti sarebbero stati delle viscide insopportabili sanguisughe.

Voto: 9, portafortuna

I crocieristi
I miei 2.700 (circa) compagni di viaggio. Che dire, la varietà umana è stata ampia e divertente. Impossibile racchiuderla in una singola categoria. Suddividiamo un po’:

I tedeschi
Presenti nell’ordine di qualche centinaio, i tedeschi non davano particolare disturbo al resto della truppa. Vivono nel loro mondo in cui in crociera si fanno tutte le escursioni costa, si beve birra anche al mattino, se si decide di entrare nell’idromassaggio si entra senza pietà ed incuranti del fatto che già ci sono 8 persone nello spazio di 6.

Voto: 7, inoffensivi

Les Amìs Francophòne
Decisamente più fastidiosi e anche lievemente arroganti nei rari momenti di contatto, formano gruppo a sé, coeso e compatto. Si muovono in sciami, soprattutto i bambini, in giro per la nave, travolgenti come un’onda che, spesso e volentieri, non comprende come anche gli altri turisti italiani – e quindi i bambini della loro età – non parlino la loro stessa lingua. Impassibili anche quando la Francia supera i quarti di finale al supplementare: accennano un sorriso con un singolo angolo della bocca e chiedono un altro bicchiere di diosolosacosa. In un momento come quello avresti dovuto saltare per la nave abbracciando ogni forma vivente e ogni oggetto inanimato… cosa vivono a fare?

Voto: 4, c’è del livore in me, lo riconosco. Immotivato, probabilmente.

Gli Italiani
Stragrande maggioranza degli ospiti, gli italiani sono ovviamente i protagonisti indiscussi della nave, con tutte le loro splendide abitudini, a cominciare dalla signora che alle 7.30 del mattino del giorno di navigazione è andata in piscina con un telo mare e la sua borsetta: in una sdraio ha messo il telo, in un’altra la borsa, in una terza una rivista, nella quarta un cappello, nella quinta gli occhiali da sole, nella sesta un libro e nella settima… c’era un signore, ma lo ha fatto spostare di un posto, perché doveva appoggiarvi la crema solare. Sensazionale. Ovviamente si è subito diretta al buffet. Alle 10.00, quando siamo andati in piscina, quelle sdraio avevano la stessa disposizione di oggetti, poggiati però su dei teli mare che si erano premurati di raccogliere. Le abbiamo viste piene solamente, all’uscita dalla piscina, con una comitiva di signori over 50 tutti allegri e riposati. Si sa, siamo unici nel nostro genere. Ognuno di noi crede di essere il padrone della nave. Mi lamento? No, fa parte della creatività del nostro essere.

Voto: 8, siamo creativi, ma bisogna saper viaggiare.

La coppietta in viaggio di nozze
Li ho incontrati una sera in ascensore. Lei è entrata piangendo. Alza gli occhi e ci fa una domanda sola: “Ma voi quanto avete pagato per questa crociera, qui si paga tutto!”. Glielo abbiamo detto, gonfiando un po’ il prezzo intuendo dove volesse andare a parare… era comunque (4 persone) meno della metà di quanto avessero pagato loro due prenotando oltre un anno prima. E’ andata via di nuovo piangendo. Brutta bestia il marketing.

Voto: s.v., ma tanta tenerezza

La signora in verde, il figlio e il ragazzo della Costa che l’ha presa in consegna
ha perso il controllo a metà crociera e ha dato filo da torcere a tutti nei due giorni successivi: dalla piscina al teatro era sempre lì, pronta a esplodere. Eravamo tutti vicini al figlio che cercava di farla ragionare e all’animatore che le è stato affidato come guardia del corpo.

Voto: s.v., naturalmente, le cose della vita non si possono prevedere… o no?

I cinesi

Ce ne erano solo 6, al tavolo accanto a nostro, in mezzo a molti più connazionali che vi lavoravano dentro, il che li metteva un po’ in imbarazzo. Simpatici e cordiali.

Voto: 9, il bimbo di tre anni e soprattutto la bimba di quasi 2, era uno spettacolo quando si è presentata in kimono alla serata di gala.

I nostri amici del tavolo
La scelta di creare tavoli con famiglie omogenee per composizione, si è rivelata ancora una volta vincente. Almeno per noi. Possiamo immaginare che per questo la convivenza obbligatoria, senza più l’alternativa del buffet serale, possa diventare un incubo per altri.

Voto: 10, e non potrebbe essere altrimenti

Mia moglie

Unica. Nient’altro da dire.

Voto: 10, anche perché ha finito di lavare tutto già il giorno dopo il rientro

I miei bambini
Anche loro, tutto sommato, sono stati bravi, fra capricci e resistenze alla sveglia e agli spostamenti, hanno passato una bella esperienza e si sono divertiti. Li abbiamo messi a dura prova con le escursioni e non posso assolutamente dire che si siano comportati male in relazione alle loro possibilità. Hanno anche partecipato per la prima volta alle attività del miniclub (che in altre vacanze hanno sempre ripudiato), regalandoci un po’ di sano ossigeno.

Voto: 10, perché in futuro sono certo che anche loro diverranno dei piccoli crocieristi.

Cap. 10 – La calda e assolata Atene

Siamo tristi, niente da dire. Quando la prima discussione del mattino è basata sul come organizzare la ricomposizione delle valigie in vista del rientro – quale adibire ai vestiti più sporchi, quale destinare ai souvenir, come organizzare il bagaglio a mano, “ma quand’è che hai comprato un fez???” – capisci che, inconsciamente, hai già mollato.

E’ il 7 Luglio e c’è in programma Atene e mentre sei da solo sul balcone, inconcepibilmente sveglio alle 6.15 come se dovessi andare a lavorare nei campi, non puoi che pensare più al passato che a ciò che verrà nella giornata.

Eppure è un posto che sognavo da tempo, per eredita genetica probabilmente. Mio padre, una vita da prof. di latino e greco, ellenista convinto, non è mai riuscito a convincere mia madre – restia a navi e aerei se non strettamente necessario – a partire per la Grecia e, per scelta d’amore, non è mai voluto andare senza di lei. E adesso, che nel giro di qualche ora sarei salito sull’Acropoli, le sensazioni sono diventate contrastanti: contento sicuramente di essere lì, mi sembrava quasi di fargli un torto, ben conscio che non avrei saputo apprezzare quel carico di storia quanto lo avrebbe potuto comprendere lui.

Fra un mugugno e l’altro, la sveglia familiare suona alle 6.30; con l’arrivo in porto previsto alle 07.00 e il tutti a bordo alle 13.30, il tempo utile non è poi molto per arrivare dal Pireo all’Acropoli, fare un giretto nella Plaka e rientrare in nave.
Il tutto senza contare le leggende: per una vita senti parlare di Atene come la città più caotica del pianeta, del traffico di Atene come di un traffico “tentacolare, vorticoso, che ci mette famiglia contro famiglia…” (cit.), che ti inghiotte e non ti fa uscire più. Il conferenziere fraudolento della Costa, il primo giorno, ti dice che sei “spacciato” se provi il faidate ad Atene, per cui… et voilà… eccolo lì servito il pacco per il crocierista ingenuo: “Atene a modo tuo”, un bus che ti porta all’Acropoli ad appena 15 euro, adulti e bambini.

Stolti.

Non lo sanno.

O forse lo sanno, ma non vogliono che si sappia.

Ma noi si.

Noi abbiamo il forum, noi siamo i Crocieristi.it

C’è sempre una via.

Si chiama X80.

La sala colazione è gremita già alle 7.15 nonostante le prime escursioni ufficiali scendano alle 8.00. Dall’alto osserviamo il porto del Pireo, il più grande d’Europa per numero di passeggeri, i cui bacini sono solcati da navi di tutti i generi: dalla portaerei ormeggiata, agli aliscafi a una moltitudine di traghetti per le centinaia di isole greche.

Facendo colazione con calma, scendiamo alle 8.30, in formazione rimaneggiata: le bambine dei nostri amici sono colpite da influenza e acciacchi vari, quindi ci accompagna solo il capofamiglia. Mi dispiacerà averlo “usato”, ma il suo contributo alla gestione dei miei bimbi sulle rampe dell’Acropoli si rivelerà determinante.

La navetta del porto ci lascia alla dogana e per uscire dal porto ci sono bei 200 metri sotto un sole assurdo per le nove del mattino. Il meteo prevedeva 38 gradi di massima. Al mattino erano già almeno 32. Al terzo passo sotto il sole, il piccolo mi guarda con gli occhioni del gatto con gli stivali di Shrek e farfuglia: “Sono stanco! Papà, mi prendi in braccio? Mi fanno male le gambe… Per favooooore…”. Mentre con tutto l’amore del mondo lo sollevo e lo metto in spalle, da qualche parte nel mio cervello risuona un “piccolo delinquente, a 4 anni dovresti avere energie sufficienti per andare a casa a piedi, attraversando 3 stati… e invece mi hai preso per un il mulo di Santorini!?!?!?!

All’uscita del porto, superate le file di autobus per le escursioni, si vedono i soliti tassisti e i soliti autobus scoperti che per 10 euro a testa, bambini compresi, fanno il solito giro della città. E poi, subito fuori dall’ultimo cancello, un gabbiotto con su scritto “BUS TICKET”. Procediamo in quella direzione, finchè non sentiamo ci mettiamo in fila. 2 o 3 persone prima di noi, chiedono informazioni, orari, fermate del metro da prendere e, ci mancava poco, l’intero pensiero degli antichi Sofisti.

Quando finalmente tocca a noi, e chiedo in inglese se potessi prendere dei biglietti per l’X80, il bigliettaio – il primo greco non urlante che incontriamo in crociera – si illumina in viso, ci fornisce i biglietti (4 euro a testa gli adulti, bambini come sempre gratis) e ci indica come la fermata sia esattamente di fronte, attraversando la strada. Mi chiede come fossimo venuti a sapere dell’esistenza di questa linea, probabilmente eravamo i primi in giornata a chiedere quei biglietti.

Alla fermata saremo all’incirca 15 o 20 persone, tutti italiani. Li sento discutere, prendo questo, prendo quello, scendo qua, risalgo là… Prima che potessi parlare, arriva un autobus e la fermata si svuota. Siamo rimasti solo noi… Noi e 4 tassisti che, a quel punto, schiuma alla bocca, si contendevano la preda: una tenera famigliola (+1) di turisti smarriti.

Il discorso che ci facevano era sempre quello: “ma state scherzando? Sono le nove? L’autobus ci mette un’ora e mezza all’andata e un’ora e mezza al ritorno… salite e vi ci portiamo noi, 60 euro tutti quanti!

Proprio mentre la famiglia iniziava a vacillare, preparandomi ad un nuovo Jamal, chiudo gli occhi e dico fra me e me: “Devo crederci… il forum non mente… l’X80 esiste e passa ogni 20 minuti”. Lì mi accorgo che i tassisti si allontanano e, come un principe azzurro galoppante fra i prati fioriti, arriva il tanto atteso X80.

E’ vuoto. Si apre con solo un autista con le maniche di camicia arrotolate fino alle spalle: chiedo se è proprio l’autobus giusto nella direzione giusta, ottengo il sì tanto atteso e obliteriamo i nostri biglietti che ci consentirebbero di scendere in modalità hoponhopoff per tutto il giorno. Ben sapendo che non potremo farlo, ci accomodiamo e ci godiamo il viaggio in solitudine.

Passiamo attraverso le larghe strade di una metropoli moderna, in alcuni tratti simile agli Champs Elisèes, e nel giro di un quarto d’ora siamo già in vista dell’Acropoli, la cui fermata sarà pochi minuti dopo. Possiamo scendere subito o sulla via del ritorno dopo che l’autobus avrà fatto altre due fermate più avanti, in piazza Syntagma, dove ha sede il parlamento e dove si sono svolte tutte le manifestazioni legate alla crisi economica, e all’ingresso della Plaka. Scegliamo la seconda opzione, nel frattempo l’autista – il secondo greco non incazzato – ci fa incredibilmente da guida fornendo informazioni sui vari palazzi che incontriamo sul percorso.

La fermata Acropoli dell’X80, è subito a Sud dell’Acropoli stessa. Ci stupisce la scarsità di negozi di souvenir, rispetto ad esempio alla semplice Katakolon, ma lungo il viale che porta all’acropoli, ci stupisce più di ogni altra cosa l’altezza dell’Acropoli rispetto a dove ci troviamo, almeno 100 metri in linea d’aria in verticale. Maestosa, anche se dal basso si vede solamente roccia.


L’acropoli da sotto


Ci osservano, ancora

Mia figlia sbotta subito, scandendo le parole per conferire maggiore enfasi : “io lassù NON-CI-SALGO.” Il piccolo è già appollaiato al mio fianco come un cucciolo di orango.

Arriviamo all’ingresso Sud-est, paghiamo il biglietto (12 euro solo per gli adulti – vale per diverse altre attrazioni di Atene ma NON per il museo nuovo dell’Acropoli) e dopo pochi passi ci ritroviamo al teatro di Dionisio Eleuterio: grande, ampio, ma non è rimasto molto.


il teatro di Dionisio

La strada inizia a salire poco dopo. Non la finirà più fino all’acropoli, permettendoci di capire il senso di ascesa e il carico di misticismo che provavano gli antichi greci avvicinandosi al principale luogo di culto della dea Atena. Beh, in effetti anche al giorno d’oggi ho sentito qualche turista della Deliziosa avere visioni mistiche in piena salita: più di uno, nei punti di maggiore pendenza, invocava – più o meno ossequiosamente – intere genealogie di Santi.

La prima tappa della salita è l’Odeon di Erode Attico, altro teatro, più piccolo del precedente, ma la cui struttura è rimasta conservata e pertanto lasciava ben immaginare come potesse essere l’atmosfera 3000 anni prima. Molto bello davvero, sembrava molto simile al Teatro Greco di Taormina, ma – mi permetterete – non c’è paragone, il nostro è infinitamente più bello e suggestivo.


L’Odeòn di Erode Attico


Vista frontale

Il resto del nostro cammino di ascensione (in base alla quantità di sudore emesso, esisteva effettivamente la possibilità che in vetta potesse arrivare il solo nostro spirito), procede lentamente… fra lamenti dei bambini e sbuffi dei muli, ruolo al quale si è gentilmente prestato anche il mio amico, consentendomi di portare sulle spalle un solo figlio per volta.

Alle undici circa, siamo alla base dei Propilei, il monumentale ingresso dell’Acropoli. Molto suggestivo, molto possente e pieno di sacralità. Colonne e marmi disposti in modo da lasciar intravvedere la gigantesca statua di Athena Promachos, perduta nel tempo, in tutto il suo splendore. Sublime, davvero. Penso a mio padre e alla mia incapacità di trasmettergli quelle emozioni. Testaccia dura! Se solo una volta avesse accettato la proposta di andarci con uno di noi figli…


Le serpentine ai Propilei


Il tempietto di Atena Nike (dialogo più gettonato? il figlio al padre: “Come le mie scarpe!“, il padre al figlio: “si legge “niche”, non “naik”“)

Superati i Propilei, si arriva alla spianata, dove le due opere principali si aprono improvvisamente davanti agli occhi: alla destra, il Partenone, violentato purtroppo, da un enorme opera restauro, con persino delle gru al proprio interno; alla sinistra la Loggia delle Cariatidi dell’Eretteo, ben pulite e conservate.


Il primo impatto con il Partenone


…e con le Cariatidi


particolare delle “ragazze” (sono copie, 5 delle originali sono conservate al museo dell’Acropoli, la sesta è al British Museum)

Ma se gli occhi vengono attratti da queste due meraviglie, gli altri sensi vengono duramente risvegliati da un vento folle, che genera un continuo volar via di cappelli di turisti – me compreso. Turisti che rincorrono i propri copricapi rimanendo vittima del marmo scivolosissimo che lastrica il pavimento. In certi momenti, manca solo la musica della Candid Camera.

Devo essere sincero, il Partenone in sé mi ha deluso un po’, lo aspettavo più grande e maestoso (non voglio apparire eccessivamente sciovinista, ma anche la Valle dei Templi ad Agrigento fa la sua bella figura, se non anche… no, basta… non mi spingo oltre). Certo, ha una posizione unica e una storia molto più significativa alle spalle… Provo a ricostruire l’aspetto originario, posizionando mentalmente nella sede originaria l’intero timpano visto anni prima al British Museum, ma l’operazione è troppo complicata e devo rinunciare.


fianco del Partenone


particolare del frontone

Così come da tutta Atene si può scorgere l’Acropoli, dalla vetta dell’Acropoli si domina l’intera città di Atene: 360 gradi di cemento, che ne fanno la città d’Europa con la minor percentuale di aree verdi, una distesa prevalentemente bianco/avorio a perdita d’occhio. Si nota palesemente, poi, la differenza con Roma, in cui i segni dell’impero sono visibili in moltissimi scorci della città, mentre ad Atene, l’Acropoli, il foro e il tempio di Zeus poco sotto, sono tutti concentrati nel giro di pochi chilometri, lasciando poco altro al resto della città.


il belvedere


Il tempio di Zeus visto dall’alto


Graffiti ellenici


Negozio di Capitelli

Il caldo ha distrutto i bambini, che lottano per non fare ulteriori metri al caldo, mia moglie non parla più da diversi minuti, il nostro compagno d’avventura boccheggia anche lui… si capisce che è ora di tornare. La rinuncia al museo dell’Acropoli era messa in preventivo, ma fa comunque un po’ male passarci davanti e non potervi entrare.

Il ritorno sembra 3 volte più lungo ma, fra una sosta gelato e una pausa souvenir, torniamo alla fermata e ci appropriamo del marmo alla base di una vetrina di un negozio aperto di pellicce (Ma che sono pazzi? Vendono pellicce quando non si scenderà mai sotto i 20 gradi? E c’erano pure clienti dentro!!! A Luglio!!! Sfido che c’è la crisi economica…!)

L’X80 arriva, e come all’andata ci siamo solo noi. Chiedo all’autista come mai sia all’andata che al ritorno ci fossimo solo noi. Mi risponde – bofonchiando – qualcosa relativo alla poca pubblicità all’estero. Avrei voluto consigliare al governo greco di investire sui forum specializzati, ma va bene così. Ah, ancora una volta 18 minuti di viaggio, con un bel vaffa ai tassisti imbroglioni e alle leggende sul traffico di Atene (P.S. Era un sabato di Luglio, non un Lunedì di Ottobre… concedo il beneficio del dubbio)

Rientriamo in nave alle 13.00, constatiamo la già invivibile atmosfera al buffet e ci dirigiamo a pranzo giù al ristorante. Mentre la nave saluta Atene, comprendiamo che adesso è veramente finita e il restante giorno e mezzo di navigazione sarà una lunga agonia.

Il pomeriggio, in realtà, qualcosa di interessante lo proponeva: l’escursione sulla nave stessa: ristoranti, aree per l’equipaggio, sala motori, plancia… ma cavolo, 39 euro a persona!!! Abbiamo un po’ vacillato sulla decisione di inserirci all’ultimo momento, mandando i bambini allo Squok, ma di fronte a mia moglie dormiente dopo la mattinata pesantissima sulle rampe dell’Acropoli, non potevo far molto.

La sera, dopo due serate “farlocche” di gala e una simpatica notte bianca, è di scena la Festa italiana, ovvero l’unica occasione in cui gli uomini possono sfoggiare delle improbabili polo verde prato e le donne si spingono in accoppiamenti cromatici che altrimenti farebbero solo sotto tortura. E fra Toto Cutugno che accompagna gli antipasti con il suo Italiano veeeero, strane canzoni latinoamericane spacciate per italiane, camerieri che prendono le mogli dal tavolo per farle ballare (ma che visibilmente pensano alle portate successive e al turno dopo e alla pulizia del ristorante e alla colazione del mattino dopo e al primo giorno di riposo che avranno chissà quanto tempo dopo), la cena passa in relativa allegria. Dopo tutti in Piscina a festeggiare con balli e canti.

Proprio quella sera c’è inopinatamente la Costa Rica a giocarsi un quarto di finale dei mondiali. Dovevamo esserci noi, che festa italiana può essere? Balotelli, che mi hai combinato prima di partire???

Fa nulla… la notte è giovane e si ballerà per tanto. La musica è buona e ce la godiamo un po’. Già. Proprio così. Un minuto dopo, un altro paio di occhi da gattino arruffato, sentenzia: “Papà, andiamo a letto?

Cap.11 – Navigazione 3 – La Customer Satisfaction


L’Etna

In questa foto, c’è molto dell’ultimo giorno di navigazione che ci porterà il mattino dopo all’attracco di fine crociera a Civitavecchia. Benchè sfumata, la sagoma inconfondibile dell’Etna ci saluta con l’immancabile pennacchio (e mentre scrivo, oggi – ad un mese dalla partenza della crociera – mi accompagna con boati e vetri che tremano).

Mentre la guardo dal balcone della camera, la sento sussurrare: “sapevo che saresti tornato”. In realtà non è così semplice, per cui il sussurro forse nascondeva una risata: devo ancora navigare un giorno intero, prendere due treni, un aereo e un auto per ritornare a casa sotto la sua bonaria figura.

E sia, l’ultimo giorno di navigazione è giorno di tristezza, di valigie da chiudere e lasciare fuori dalla porta, di ricordi da organizzare, di conti da aspettare e di ultimi scampoli di vita di bordo da godere.

E in questo clima di rassegnata mestizia generale, la super direttrice di crociera Patrizia ci sguazza come una Maria de Filippi di fronte alla madre che non vede i figli da quarant’anni dopo essere scappata con il postino per una lettera affrancata male: alle undici – con i bambini allo squok per le prove del loro spettacolo di fine crociera – l’appuntamento a teatro per le informazioni di fine crociera e sulle modalità di sbarco. E lì si gioca il jolly: un monologo sulle cose divertenti della crociera, informazioni su come compilare – in maniera obiettiva e senza tentare di influenzarci – il questionario «dovete mettere “eccellente”, un giudizio “molto buono” per noi è come bocciatura! Capito? “Eccellente!”. Giudizio “ottimo” su cabinista può significare promozione in futuro, giudizio “sufficiente” può significare mandarlo a casa. Noi stiamo lontani dalle famiglie per mesi e mesi, in base ai contratti, ecc. ecc.» e soprattutto un video con i saluti di tutto l’equipaggio dinanzi al quale, a meno che tu non sia un cubetto di ghiaccio, non si può trattenere la lacrimuccia. E pensi istintivamente a quando sarà la prossima volta. Proprio per questo, forse, piangi ancora di più.

Dopo il pranzo, nuovamente al ristorante, ci concediamo quello che non avevamo mai fatto nei giorni precedenti. Un po’ di tempo giù al ponte 3, a prendere il vento in faccia e sentire il sapore del mare. Spesso la componente alberghiera della nave prende il sopravvento e non ti rendi conti di essere sempre sul mare cui bisogna sempre portare un immenso rispetto. E’ il momento della chiacchierata decisiva in cui con mia moglie tiriamo un po’ le somme della vacanza prima di entrare nella modalità rientro e farci riprendere dalla vita quotidiana. Sembrerà sciocco, ma quella mezzoretta sulla balconata la ricorderò come uno dei momenti più significativi della crociera stessa.


traffico nel mar Ionio

Alle quattro e mezza si torna a teatro per lo spettacolo dei bimbi – carino, si sono divertiti ed hanno fatto un buon lavoro. Fra un po’ di casinò e un po’ di chiacchiere da bar, una corrida dell’equipaggio (!) a teatro e gli ultimi tentativi di ballo, la giornata scorre piacevolmente.


Applausi alla fine dello spettacolo dello Squok club

E finisce, ahinoi, con le valigie dietro la porta.

The end

E, come da tradizione, il racconto dei giorni di navigazione, si integra con un momento di valutazione complessiva. Il tempo di chiudere il trittico dei giudizi è arrivato, quindi si può passare ad una valutazione complessiva della crociera.

La Customer Satisfaction

Prendo in prestito alcuni “tecnicismi” dal marketing e, in particolare, dal cosiddetto “modello dei gap” (Oliver, 1980; Paranusaram, 1985, Valdani e Busacca, 1992) per valutare la customer satisfaction, ovvero la soddisfazione del cliente.
Secondo questo modello economico, la soddisfazione del cliente nei confronti di un servizio dipende dalla differenza fra la qualità attesa e la qualità effettivamente percepita.

Ehm… un attimo… maledetta deformazione professionale… torno a fare il crocierista…

Il cliente in questione, ovviamente non può che essere l’intera mia famiglia.

E’ chiaro che per i bambini, alla prima esperienza e in un mondo magico come quello di una nave da crociera, l’esperienza è andata oltre ogni immaginazione. Ogni cosa era splendida, viaggiare è comunque fantastico e basta anche un buco di piscina per garantire la felicità.

Per noi, la cosa è stata diversa. Il riferimento alla crociera precedente del 2004 era ben vivo: una crociera in cui ti veniva garantito molto di più con il prezzo standard. C’erano le navette gratuite fino al centro della località di interesse in tutti gli scali, c’era la colazione in camera, c’era la scelta fra ristorante e buffet anche la sera, le bevande erano gratuite al di fuori dei vini e dei drink, il cibo era a disposizione H24, i teli mare a disposizione in loco, l’accesso ad alcune postazioni termali… in generale ti sentivi più coccolato in quella “parentesi di lusso” nella tua vita “normale” e soprattutto nessuno si sarebbe mai permesso di chiederti 50 centesimi (+15% di quota di servizio) per una fragola ricoperta di cioccolato.

Certo, considerando che eravamo in viaggio di nozze, anche quella cabina interna minuscola era più che sufficiente.

Nel prepararmi a questa crociera, però il forum ha fatto un buon lavoro: mi ha messo davanti tutti i cambiamenti, facendomi conoscere le nuove politiche Costa a seguito della spending review, degli inchini azzardati e delle varie rivoluzioni aziendali che nel tempo si sono succedute.

Quindi cosa mi aspettavo? Diciamo che ero preparato a tutto ciò che ho visto, e sono partito ben cosciente di aspettarmi vitto, alloggio, animazione e trasporto marittimo nelle varie località da visitare: una sorta di affollato villaggio turistico ambulante in cui si mangia benissimo a pranzo e a cena, di lusso nella forma e di media categoria nei servizi offerti gratuitamente.

Fatte salve queste premesse, posso dire che l’esperienza di questa crociera è andata abbastanza bene, non mi ha sbalordito in alcun modo, né si è dimostrata al di sotto delle mie aspettative. Mia moglie era stata preparata da me con le informazioni raccolte e, seppur digerendo in maniera un po’ più amara le differenze, è stata soddisfatta anche lei.

Il punto di forza di questa crociera è stato senza dubbio l’itinerario: meraviglioso, i posti incantevoli visitati (Santorini, i due giorni di Istanbul e Atene su tutti) e le esperienze piacevoli vissute altrove (Olimpia e Smirne) lo renderanno comunque indimenticabile… sensazionale davvero.

Certo, nei confronti di chi non era ben preparato dal forum come noi, tutto potrebbe essere diverso: chi ha l’idea della crociera come esperienza extralusso, roba da ricchi e espressione del genere, probabilmente si sarà ricreduto. Chi si è avvicinato alla crociera con budget illimitato (accesso alla Samsara per tutta la crociera, allinclusive bevande, tutte le migliori escursioni con la compagnia) avrà ottenuto la massima soddisfazione ma avrà probabilmente storto il naso per la condivisione caotica degli spazi comuni. Chi era riuscito ad accedere alla crociera facendo sacrifici avrà anche trovato fastidiosa la richiesta della carta costa per l’acqua a cena.

Siamo sempre lì: è il “gap” fra ciò che ci aspettiamo e ciò che ci viene fornito a determinare il nostro giudizio complessivo. Il tutto ovviamente in relazione al sacrificio economico fatto rispetto alla disponibilità economica personale.

Per cui, la domanda delle domande: alla luce di tutto ciò, tornerei a bordo della Deliziosa per la crociera Incanto sul Bosforo, allo stesso prezzo pagato?

<pausa>

<mi alzo, guardo il monitor del computer, con il cursore lampeggiante accanto al punto interrogativo precedente>

<do un’occhiata in giro, al fascicolo dei Today che mi sono serviti per redigere questo diario, osservo ancora il foglio stampato con la prenotazione dell’itinerario, osservo una cornice con già dentro la foto fatta alla Basilica Cisterna di Istanbul>

<penso un po’… la gioia dei bambini nel vedere il letto sbucare dal tetto, i muli spericolati di Santorini, Jamal che ci porta a spasso per i vicoli del Bazaar di Izmir, l’odore del mercato delle spezie di Istanbul e l’odore di piedi della Moschea Blu, la sontuosità dell’Acropoli di Atene, le risate con i compagni di avventura… e sì, anche il bidone tirato agli amici del forum a causa del cambio di fuso>

<torno verso il pc. Fine pausa.>

Si. Lo rifarei di corsa!


La luna ci saluta per l’ultima volta

Cap. 12 – Civitavecchia e la fine di un sogno

L’ultimo giorno è forse il più difficile da raccontare. Le valigie sono già andate, il conto dei servizi acquistati a bordo ti regala il suo allegro buongiorno nella buca, la camera deve essere lasciata alle 8.00.

Improvvisamente quella che fino a poco prima era stata la tua “casa” ti rigetta fuori e si venderà ad altri personaggi, pronta a vivere una nuova storia che potrebbe essere diametralmente opposta alla tua: vedrà sorrisi o litigi, chiacchiere di anziani o risate di bambini, partite di bridge o di briscola, confidenze di sorelle o sesso sfrenato. Chi potrà mai dirlo? Diventi geloso, pensando che il cabinista così cordiale rivolgerà le stesse attenzioni al pensionato tedesco o alla fastidiosissima signorina francese, così anche i camerieri del tavolo di cena e tutto l’equipaggio che con te aveva avuto a che fare per dodici lunghi giorni, che improvvisamente si avverte come siano volati via.

La sera prima abbiamo trovato i talloncini con l’orario di discesa dalla nave: arancione, poi cambiato in rosa. Eravamo nell’ultimo gruppo ad abbandonare la nave: il volo di ritorno alle 18.00 ci permetteva di restare a bordo un po’ di più.

E così, una volta chiusa quella fatidica porta, anche se ancora a bordo, la nostra crociera si poteva dire conclusa. In una nave quasi vuota, già rivolta agli imbarchi del pomeriggio, ci siamo dovuti intrattenere fino alle 11.45. Fino alle 9.30, in compagnia dei nostri amici con un lungo addio che, inevitabilmente, è diventato un arrivederci; quindi nei tavolini al ponte 10 abbiamo ingannato l’attesa con dei giochi da tavolo presi in libreria; infine, verso le undici dirigendoci a teatro dopo aver preso il bagaglio a mano nella discoteca adibita a deposito.

In questo vagare di due ore e mezza per la nave, ci hanno fatto compagnia gli sguardi malinconici degli altri passeggeri che via via venivano chiamati ad abbandonare la nave. E anche una improvvisa sequenza di 7 fischi brevi e uno lungo, che ci ha fatto guardare intorno con circospezione, ma che in realtà riguardava una semplice esercitazione riservata all’equipaggio.


“Polip”, poi ribattezzato “Pelosino”, il pupazzetto acquistato dai miei figli negli shop di bordo, indiscusso protagonista del viaggio di rientro.

Al teatro, infine, ultimi sprazzi di vita a bordo discutendo del più e del meno con gli addetti allo sbarco. Quindi, puntuali come un orologio svizzero, alle 11.45, arriva il nostro via libera. Ci avviamo mogi all’uscita e non possiamo non rivolgere lo sguardo all’indietro mentre scendiamo per l’ultima volta al ponte A.

E’ finita.

Troviamo i bagagli direttamente all’uscita del terminal, e ci dirigiamo alla navetta che ci porta all’uscita del porto di Civitavecchia.


L’ultimo sguardo alla Deliziosa, vista dalla fermata del bus di Civitavecchia

Sono le 12.15, il volo è alle 18.00. Le 4 ore di vuoto dovrebbero essere sufficienti a raggiungere l’aeroporto, visto che non è previsto in alcun modo un collegamento diretto fra il principale porto di Roma e l’aeroporto di Roma.
In mezzo ad un mare di improvvisa romanità, aspettiamo le varie navette, la cui salita ricorda bene la calca per i bus di Santorini di una settimana prima, ma stavolta per di più tutti con le valigie.

Quando finalmente riusciamo a salire, sull’ultima delle ultime navette, e ci incamminiamo fuori dal cancello del porto lanciamo un ulteriore sguardo all’indietro per trovare un… AUTOBUS PER FIUMICINO!!! Scatta la sequenza delle “maleparole” (leggasi: parolacce, discretamente colorite, in un siciliano stretto che mi appartiene solo di rado).

Questo autobus, della PRONTOBUS, con il cartello della destinazione FIUMICINO AEROPORTO, mi tormenterà nelle 3 ore successive, pensando a quanto avessi potuto evitare, e anche dopo il ritorno, perché sul sito della ditta di trasporti, ad oggi, non vi è alcuna traccia dello stesso.

Il ritorno a casa è un po’ tormentato. Lunga attesa alla stazione di Civitavecchia per prendere il treno per Roma Ostiense, dovuta alla solita francese che per fare i biglietti ci ha messo 18 minuti (macchinette automatiche fuori uso!) facendo partire il primo treno disponibile, scambio a rotta di collo alla stazione Ostiense a Roma perché il primo treno per fiumicino è partito 3 minuti dopo il nostro arrivo. Questa grande corsa con le valigione da imbarco non è stata una passeggiata: abbiamo clamorosamente patito la scellerata politica aziendale del porto di Catania che ha impedito l’accesso delle navi da crociera immettendo una tassa per lo smaltimento dei rifiuti esorbitante, costringendoci a salire e a scendere dalle navi a migliaia di chilometri da casa con conseguenti spostamenti.

A Roma, dopo una lunga sosta da McDonalds e le attese classiche da aeroporto, ci imbarchiamo in perfetto orario. Per la prima volta in vita loro, al quarto volo, i bambini si addormentano prima del decollo e vengono svegliati dall’atterraggio. La stanchezza ha preso il sopravvento proprio alla fine: sono stati due angeli – un po’ tormentati, è vero – ma in fondo si sono comportati discretamente a dispetto delle mie paure nascoste e mai confessate.

All’arrivo a Catania, una volta recuperate le valigie, nonni e zia da abbracciare, sorrisi e qualche lacrima, la mia macchina da riguidare verso casa e un tramonto alle spalle dell’Etna che ci accoglie stupendoci come ogni giorno.

EPILOGO

Dodici giorni di crociera, settemila chilometri di percorso, due chili di peso in più, oltre 900 foto e due ore di filmato, qualche decina di centinaia di euro in meno nel conto corrente, una nuova famiglia di amici, un bellissimo bagaglio di ricordi ed emozioni, la speranza neanche tanto velata di tornare in quei posti e di risalire presto su una nave da crociera.

Concludo la redazione di questo diario pensando che un mese esatto prima di oggi, in questo momento, ero ancora a Sultanhamet, passeggiando fra la Moschea Blu e il Topkapi, e assaggiando una strana bevanda dal gusto incomprensibile presa all’Ippodromo.

Ringrazio, innanzitutto, il forum nel suo complesso. Grande e inesauribile fonte di informazione che mi ha permesso di gestire al meglio le escursioni con il faidate e mi ha preparato all’esperienza di una crociera Costa nel 2014.

Quindi vorrei ringraziare personalmente tutti quelli che sono intervenuti nella discussione del diario (in ordine di apparizione): Billi04, massimod, nadiuccia, soleluna86, jfk, sabrinaB, MANU76, Jes_family, Cokj72, prof, gifanel, Anlu, Ethan, Rodolfo74, nemo65, salvozeta, pinkbutterfly, johani1, Nautilus, saskia, Oriana, Ilaria73, nicol64 e denny.1990.

Ancora rivolgo le mie scuse a SabrinaB e MANU76 per aver mancato l’appuntamento. Non riesco ancora a perdonarmela… Si vede che era destino!

E, ovviamente, il ringraziamento finale va alla mia famiglia che mi ha accompagnato in questa avventura e ha sopportato in questi pomeriggi d’estate il ticchettio dei tasti al computer durante la redazione del diario.

In qualche modo, inevitabilmente, con questo epilogo saluto tutto il forum e probabilmente smetterò di avere un ruolo attivo per un po’.

Non è certo un addio, ma un arrivederci, alla prossima crociera!

A presto,
Alfredo “FoxLF” Finocchiaro


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2 pensieri su “Incanto sul Bosforo – Diario esteso della crociera 2014

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