Short Love Story

(Storiella targata 1997, quando viaggiare su treni a lunga percorrenza era ancora una pratica abbastanza comune. All’epoca ero discretamente convinto che queste storie facessero breccia nei cuori femminili.

I fatti narrati e i nomi ivi contenuti sono di pura fantasia…

Beh, magari qualche nome no…)


L’altoparlante urlò all’improvviso e con la sue voce roca, spezzata dalle scariche elettriche, annunciò solenne: “Napoli Centrale, Stazione di Napoli Centrale!

Il rumore improvviso ed inatteso, unito allo shock della frenata fecero sobbalzare Mary, che sembrava non volerne sapere di svegliarsi. Era una sua caratteristica peculiare, avrebbe potuto scriverla sulla carta di identità: la sua capacità di addormentarsi non appena cominciasse ad essere cullata dal movimento di un qualche mezzo di locomozione, era ascrivibile nel libro del guinness.

Il treno prese nuovamente a muoversi, prendendo sempre più velocità fino a far traballare i passeggeri in piedi sul corridoio. Uno di questi teneva una ventiquattrore sulla destra e con la sinistra salutava una donna che ancora si ostinava a rincorrere il treno che le scappava via. Lei urlava «Au revoir! Au revoir!». Salutava il treno che forse le portava via un pezzo della sua vita.

Il passeggero osservava il biglietto e la sua prenotazione, cercando lo scompartimento a cui era destinato. Era il numero 8. Lungo il corridoio non poteva fare a meno di osservare gli inquilini dei vari scompartimenti: l’1 era popolato da quattro ragazzini e una donna, la madre probabilmente, mentre un uomo opulento con una vistosa collana d’oro in bella mostra sul petto villoso ormai bianco, fumava un sigaro in corridoio mormorando fra sè e sè qualcosa di incomprensibile; il numero 4 era vuoto e non sarebbe stato male finire lì…; il numero sette era occupato da tre ragazzi in divisa con lo sguardo triste, segno che stavano tornando nella loro piccola Odissea.

Pochi passi dopo si trovò di fronte al numero 8. Sembrava tranquillo: niente ragazzini chiassosi, niente famigliole pronte a spartirsi puzzolenti panini con la porchetta, niente di preoccupante. Solo un passeggero, una ragazza, che sembrava profondamente assorta nel libro che teneva in mano. Ne intravide il titolo e l’autore: “Critica del giudizio – Immanuel Kant”. Alfredo si chiese se avrebbe dovuto salutarla, quanto meno per educazione e si rispose affermativamente.

Nella profondità del suo sogno di paesi e luoghi lontani, di antiche genti e di sconosciute tradizioni, Mary sentì una voce calda che sembrava chiamarla ad alta voce: “Mary, svegliati, presto, Mary adesso, non puoi aspettare!” Mary cominciò a muoversi nel sonno, ad agitarsi e nell’incoscienza lasciò la presa sul librone che le cadde pesantemente sulla gamba. Non era la prima volta che le cadevano degli oggetti dalle mani, e non solo durante il sonno: anche questa era una sua caratteristica.

Alfredo si era già accorto che la ragazza stava dormendo, ciò che non poteva vedere era il volto della ragazza, appoggiato allo sciarpone grigio che ammorbidiva l’ultima spalliera vicino al finestrone. Vide il movimento scomposto e il libro che si chiudeva alla sua destra. Vide la ragazza dare segni di risveglio, ed azzardò un “Buongiorno!”

Mary, ancora scossa dall’impeto del sogno, si limitò a raccogliere il libro e rispondere al saluto, senza neanche girarsi a vedere da chi provenisse. Le piaceva chiacchierare, ma generalmente non era entusiasta del fatto che degli estranei provassero ad attaccare bottone. Era molto bella, nonostante lei stessa non ci credesse, e la cosa le accadeva di frequente. Ma in quel momento non ci pensò più di tanto.

Alfredo si sedette di fronte a lei, posando la valigetta alla sua sinistra, e cominciando a guardare il paesaggio. Con la coda dell’occhio si accorse che la ragazza si era riappisolata. Ripose il cappotto blu ed aprì la valigetta che in realtà nascondeva un computer portatile. Si immedesimo nella lettera che avrebbe dovuto mandare alla sua segretaria, per annunciarle le sue decisioni definitive. Era su quel treno con più di una speranza: una possibilità.

Mary si svegliò quando il modem del nuovo vicino emise i rumorini della connessione in rete. Abbandonò la valle incantata in cui correva nel sogno e si risvegliò con un uomo di fronte. Lo squadrò con degli sguardi veloci e ne apprezzò lo stile: non era facile trovare su un treno a lunga percorrenza gente di quel tipo. Se ne stava lì assorto a guardare l’interno della sua valigetta, senza curarsi di ciò che gli stava intorno. Era concentrato, ma anche molto bello. Attraverso gli occhialini si intravedevano occhi che sembravano smeraldi e i lineamenti forti gli davano un tono da macho che non guastava. I capelli quasi del tutto rasati, ma visibili, non limitavano il suo fascino.

Quando sul desktop apparve la scritta “Messaggio inviato” Alfredo si sentì sollevato. Il passato stava per lasciare spazio al futuro. Che adesso si chiamava Canal+: Responsabile delle politiche gestionali per l’Italia. A 28 anni! Wow! Chiuse gli occhi per godersi il momento: aveva detto alla sua segretaria di accettare. Quando li riaprì gli sembrò che Gloria lo stesse guardando. La sua donna lo osservava innamorata ed orgogliosa, e sembrava dirgli che lo avrebbe seguito in capo al mondo. Ma ancora non li aveva aperti. Quando lo fece si accorse che non c’era la sua Gloria a guardarlo adorante, ma una sconosciuta che abbassò subito gli occhi interessati, appena si accorse di essere ricambiata. Gloria non lo aveva seguito: si era portata una mano sul cuore e gli aveva detto che con lui al suo fianco non avrebbe potuto reggere un giorno, figuriamoci una vita.

Mary fu fulminata dal suo sguardo e per non mostrarsi imbarazzata riaprì il suo libro, fingendo di riprendere la lettura. Poi improvvisamente chiese, vedendo le mani di lui rinascondersi dietro la parte superiore dalla 24ore aperta:

«Ma cosa cerca nella valigia? Le si è macchiata la cravatta?»

«No, signorina,» rispose lui «è un laptop!»

«Capisco, scusi…» Mary si accorse che ne aveva fatta una delle sue.

«Immagino che visto da dietro, potrebbe anche sembrarlo. Vede, è fatto così apposta: per ingannare e scoraggiare eventuali borseggiatori

Alfredo assunse il tono da maestro che lo rendeva allo stesso tempo affascinante ed odioso, fu per questo che Francesca lo mollò, accusandolo di farla sentire un nulla di fronte a lui.

«Non volevo disturbarla…» Riprese Mary, intrigata dal modo suadente di parlare dell’uomo di fronte a lei. Notò simultaneamente  che aveva una bella bocca, con due labbra decisamente invitanti, e delle sinuose mani, lunghe e armoniose nel gesticolare mentre le spiegava cosa fosse la valigia.

«Mi dica, signorina… o signora?» faceva finta, Alfredo, aveva già notato l’assenza di legami circolari alle dita di lei.

«Sono solo una ragazza...» rispose lei «Sa dove siamo? Devo essermi addormentata…»

«Non so esattamente, sono salito a Napoli mezz’ora fa, lei stava leggendo, non mi ha notato, forse.»

«Sa, quando si è immersi nella lettura… si perde il senso del mondo esterno!» Dopo aver detto questa frase, a cui peraltro nessun essere umano avrebbe mai creduto, si preoccupò se non le fosse cresciuto troppo il naso per la bugia.

«Capisco,» accennando un sorriso spinto verso la risata «immagino lei sia una studentessa universitaria…»

«No, perché?»

«Solitamente sono altri i libri dell’uomo della strada…»

«Bè, io sono la Donna della strada!»

Risero entrambi e cominciarono a parlare del più e del meno, di quanta strada mancava, del paesaggio, degli altri passeggeri, in particolare il signore opulento che passeggiava ininterrottamente lungo il corridoio. Risero ancora più vistosamente quando questo signore si fermò davanti alla loro finestra per disincagliarsi la collana dai peli del petto. Risero poi fragorosamente quando si accorsero, con un suo movimento inconsulto che alla collana non era attaccato un ciondolo, ma un orologio d’oro da taschino.

Passò una buona ora, poi Alfredo cominciò:

«Non so ancora come si chiama…»

«Chi?»

«Lei.»

«Lei chi?»

«Lei… Voi… Lei… insomma…» risolse il problema con un gesto del dito.

«Ah, Io mi chiamo Mary, ti faccio lo spelling?»

«No, grazie. Io sono Alfredo, piacere di conoscerla.»

«Di conoscere chi?»

Anche stavolta risero e cominciarono a darsi del “Tu”. Alfredo decise in quel momento che avrebbe dovuto abbandonare quel look da City di Londra. Gli venne in mente che Roberta lo aveva mollato accusandolo di sembrare suo padre.

«Perché vai lì?»

«Lavoro… Ho avuto la chance della vita… Dovevo coglierla al volo!»

«La tua famiglia sarà orgogliosa di te.»

«Sì, lo sono, non hanno sprecato del tempo a tirarmi su.»

«Anche la tua ragazza lo sarà…»

Alfredo si ricordò che quattro anni prima la sua amata Joselita gli aveva predetto un futuro da barbone.

«Non ho una ragazza.»

Una luce si accese nello sguardo di Mary.

«Sai, è strano. Nei film prendere il treno vuol dire lasciare qualcuno a terra. Qualcuno magari che insegue il treno che parte, che singhiozza al momento di lasciare il proprio amore, anche se per pochi giorni…»

Alfredo non diede una risposta a questa osservazione e continuò a parlare di altro. Il suo umore era troppo buono per rovinarselo parlando di una donna.

Gli venne in mente quella volta che perse Susanna perché le aveva parlato del suo antico amore per Giovanna. Non avrebbe più fatto quell’errore.

Poi cominciarono a parlare dei rispettivi progetti, speranze, hobby, aprendosi come forse non si sarebbero aspettati. Alle undici il controllore aprì le cuccette, e si resero conto che avrebbero passato la nottata senza altri compagni di viaggio. Parlarono di tutto, litigarono su “Like a Rolling Stone” e su “A ticket to ride”, risero ripensando a Yattaman e Gigi la Trottola, si offesero reciprocamente quando scoprirono di appartenere a fedi politiche diverse.

Alle due del mattino, la natura fece il suo corso. Mary cadde in un sonno profondo nel mezzo di una discussione su Kant e l’ambiente familiare in cui era cresciuto, Alfredo si fermò un attimo a guardarla. I capelli castani le coprivano gli occhi già chiusi e il ritmico respirare le metteva in risalto le abbondanti curve.

Dieci minuti dopo, le luci di una nuova stazione fecero riaprire gli occhi che Alfredo aveva chiuso. Lei si era voltata verso il basso, ma una mano le pendeva dal bordo della cuccetta.

Alfredo la prese nella sua e tenendola si addormentò.

Si svegliarono entrambi, ancora mano nella mano, quando il fischio del controllore di Mantova si fece spazio nello scompartimento. Alfredo ritrasse la mano temendo da aver fatto una mossa non consentita, ma Mary non disse nulla. Guardò fuori dal finestrino: «Mantova! Manca poco ormai…»

«Stiamo arrivando… Sai già dove andare?»

Mary sarebbe andata da un’amica a passare un po’ di giorni con lei. Nulla di eccepibile se quest’amica non fosse un’amica dei genitori e non fosse sulla sessantina.

«Si, non è la prima volta per me.»

Un’ora scarsa di viaggio e sarebbero arrivai a destinazione. Lui avrebbe dovuto cambiare treno e procedere per Parigi. Lei si sarebbe fermata a Milano.

Quando i sobborghi di Milano apparvero all’orizzonte, il tempo sembrò già finito.

«Devo dirti una cosa.» esordì Alfredo. «Ieri sera, a Napoli, c’era una persona che mi ha salutato. Si chiama Yvonne. E’ la mia ex…»

«Perché non mi hai parlato di lei,» lo interruppe Mary «so ormai tutto anche delle altre ventuno. E ancora non capisco come hai fatto a farti mollare da ventuno ragazze diverse! E non capisco neanche perché ti abbiano mollato…»

Alfredo lasciò scorrere quest’ultima frase. «Non le ho detto che non sarei più tornato da lei.»

Mary si fece cupa. Quell’uomo aveva abbandonato la sua donna senza dirle che lo aveva fatto.

«Perché?» chiese Mary «Non puoi lasciarla così!»

«Sì. Lo so, ma ho finito di pagare tutto il mio debito con lei.»

«Quale debito?»

«Ci sono dei momenti della vita in cui devi dare un forte taglio con il passato. Tutte le mie ex lo hanno fatto ed a me è andata sempre male. Adesso dovevo essere io a farlo con Yvonne.»

«Quanto tempo siete stati insieme?»

«Non ci crederai, ma sarebbero stati nove anni il mese prossimo!»

«Nove anni? E l’hai lasciata ad aspettarti, lì da sola, senza un messaggio… dopo nove anni?» Prese una  pausa e poi concluse: «Ti avevo giudicato male! Mi ero fatta un’immagine molto diversa di te! Sei un mostro!»

Alfredo rimase sconcertato, questo sfogo gli ricordò quello che gli aveva fatto Simona prima di scappare a Bordeaux con Jean-Paul. Poi accennò un sorriso, scatenando le ire di Mary: «Cosa c’è da ridere?»

«Credo di essere stato presente ad uno stupendo show di solidarietà femminile. Un esperienza che segnerà la mia vita…»

«Lo ripeto,» disse Mary fra il rassegnato e l’amareggiato. «Sei un lurido mostro!»

Alfredo rise di gusto, stavolta. Poi disse:

«Yvonne è la mia ex insegnante di francese. Ha cinquantadue anni! Non ho mai visto nessuno prendersela così tanto perché un’altra persona dopo nove anni di sofferenze e soprattutto di sacrifici, decida di porre fine alle sue lezioni private di francese! Yvonne è stata un’ottima maestra, mi ha voluto bene come un figlio, ma adesso penso di essere pronto per muovermi da solo!»

Dieci secondi di silenzio assoluto. Poi anche Mary scoppiò in una fragorosa risata. Rise di gusto e quando si calmò, non ebbe il tempo di capire come le loro bocche fossero arrivate ad essere così vicine. Fu Alfredo a chiudere l’ultimo spazio. Cominciarono a baciarsi. Una volta, due, dieci, cento.

L’altoparlante urlò all’improvviso e con la sue voce roca, spezzata dalle scariche elettriche, annunciò solenne: Milano Centrale, Stazione di Milano Centrale!

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