Redeyes – Capitolo 1

Premessa brevissima.

Ho scritto questo romanzo a 17 anni, quasi tutti i giorni, nell’arco di una estate (e poi mi chiedevo perché all’epoca non avevo una fidanzata…). Spinto da chi mi voleva bene davvero, l’ho mandato a più case editrici e a vari concorsi per nuovi scrittori e, ci può stare, non ho ricevuto risposte entusiastiche al di fuori di qualche proposta di pubblicazione rigorosamente a mie spese.

Sono passati parecchi anni ed ho pensato di sfruttare le nuove piattaforme per dargli una “rinfrescata” e una nuova vita. L’impianto della storia è lo stesso, ho iniziato con l’intenzione di rivedere solamente alcune piccole cose (ad esempio, i tempi dei verbi. Oh my God – in fondo ero ancora un ragazzino, ma quanti errori…), ma non so se riuscirò a mantenere i buoni propositi: il testo originale del primo capitolo era di due pagine, poco prima della pubblicazione superava le quattro. 

L’intenzione è di pubblicare un capitolo rivisto a settimana, indicativamente il lunedì. Siete pregati di inviare un feedback di lettura, possibilmente qui sul blog, ma anche sulla pagina facebook collegata.

Buona lettura.

Capitolo 1

 

Lunghi periodi di ombra si alternavano a fulminei lampi di luce, nei quali distinsi a mala pena delle ombre i cui contorni svanivano così come improvvisamente parevano delinearsi. Ebbi la sensazione di essere in movimento, di questo ne ero sicuro, ma non sulle mie gambe. La sensazione di dolore si diffondeva ovunque, ma si faceva lancinante lungo il braccio sinistro. Cosa diavolo era mai successo?

I suoni indistinti che percepivo si iniziarono ad organizzare in frasi. Alla mia destra una voce di donna, agitata, chiese: “Dottore, prepariamo la sala per l’amputazione?”, alla quale rispose una voce maschile con parole più rassicuranti. “Spero di no.”, che poi si rivolse a qualcuno alle mie spalle “Forza con quell’antidolorifico. Fate presto!”.

Compresi di essere in una barella, proprio mentre ci fermammo davanti ad una porta dove una figura corpulenta in camice azzurro ci attendeva. Sentii una profonda voce baritonale chiedere in un inglese stentato “Ditemi di che si tratta, che cosa gli è successo?”.

Cercai di rispondere, ma non ne trovai la forza. Se ne accorse l’infermiera alla mia destra, che mi mise una mano sulla fronte per tranquillizzarmi, senza dire altro. Dovetti rassegnarmi ad ascoltare la conversazione senza poter intervenire. Nel frattempo compresi di avere anche le gambe  immobilizzate. Fortunatamente percepivo il dolore in esse: forse, se fossi sopravvissuto, non sarei rimasto paralizzato.

Il dottore alla mia sinistra rispose a quello che sembrava essere l’uomo cui sarebbe stata affidata la mia vita. “Un incidente stradale, dottor Fuentes. E’ finito giù lungo una scarpata con la sua auto.”

Improvvisamente una voce alle mie spalle si inserì nella conversazione. Nonostante l’illuminazione direttamente alle sue spalle mi impedisse di vederlo in volto, non potei fare a meno di notare la divisa da poliziotto. “Era solo?”, chiese. “No, era con una ragazza di circa venti anni che è stata portata all’ospedale di Ponce…

Il nome non mi era nuovo. Ricordai pochi istanti dopo di essere stato la sera prima in una cittadina di nome Ponce. Ero a Porto Rico, lontano migliaia di chilometri da casa. Pian piano i ricordi iniziavano a rendersi vivi. Ma cosa mi era successo?

Il dottore era già sparito dietro la porta della sala operatoria, mentre avvertii una forte fitta allo stomaco, al di sotto del lato destro del costato. Il poliziotto chiese nuovamente agli infermieri: “Sapete chi è e da dove viene? Sembra un altro maledetto turista che esce dai resort e finisce nei casini.”

Accennai il mio nome con un filo di voce. “Ted…”, ma il dolore acuto mi costrinse a non aggiungere altro. Nel frattempo venne davanti a me nuovamente il corpulento dottore. Al centro del suo barbone, apparve  una minuscola bocca che con poche parole pose inevitabilmente fine alla discussione: “Andiamo con l’anestesia.”, quindi, rivolgendosi direttamente a me accennando un sorriso di compassione, mi disse: “Signor Ted, non so come si è cacciato in questo guaio, ma cercheremo di rimetterla in sesto…”

L’infermiera mi mise una maschera davanti al volto e l’effetto dell’anestetico fu subitaneo, facendomi abbandonare, senza salutarla abbastanza, una luce che per parecchio tempo non avrei più rivisto.

Adesso ricordo benissimo come finii in quella scarpata. Era la primavera del 1992, inizi di Maggio per essere esatti, mi godevo i miei 25 anni e… posso tranquillamente affermare che a quel tempo non rappresentassi un modello di vita da imitare. Abitavo a Porto Rico da un anno circa e avevo acquistato da poco un fuoristrada, un Toyota nero di cui mi innamorai 7 anni prima nel film “Ritorno al Futuro”. Quella sera me la spassavo con una ragazza conosciuta poche settimane prima: che si chiamava Stella, carnagione color nocciola, occhi verde petrolio e lunghi capelli neri, curve da modella e, purtroppo per me lo scoprii un po’ troppo tardi, unica figlia di un potente signorotto locale.

Stavamo andando ad una festa proprio a Ponce dopo aver trascorso l’intero pomeriggio a flirtare nel mio bar sulla Playa di Santa Isabel, nella costa meridionale dell’isola, e a farci le coccole, ripetutamente, nell’appartamento al piano superiore.

Giunti davanti la “Hacienda” in cui si svolgeva la festa, fummo fermati da Manuel Gutierrez, un tipo che non superava i 50 chili, nonostante fosse ampiamente sopra i 30 anni, al quale avevo affidato il ruolo di “amico” fidato nel campo della gestione delle scommesse sui cavalli. Grazie ad esse avevo trovato il denaro per comprare il bar e grazie soprattutto ad una serie di corse delle quali avevo conosciuto preventivamente l’ordine di arrivo, ottenni il denaro per trasferirmi nei caraibi e sparire per un po’ dalla circolazione per non destare sospetti.

Manuel aveva avuto un ruolo fondamentale in quella discussa vincita, e spesso tendeva a rinfacciarlo. Per tenerlo buono lo assecondavo dandogli mandato di giocare per conto mio. Alcune volte vincevamo, alcune altre perdevamo, in fondo mi importava ormai poco. Il bar andava bene e non avevo più bisogno di lui.

Quella sera mi chiese qualcosa in più. Mi disse di aver ricevuto la soffiata giusta e che la quota fosse di oltre 10 volte la posta. Era ancora più fatto del normale, quando mi disse, col suo occhio bloccato verso l’interno e il sorriso senza un incisivo: “Io lì non posso entrare, amigo, mi conoscono tutti, ma questo è un colpo sicuro. Devi metterne tanti. Duemila.

Lo guardai sbigottito. Non andavamo più oltre i 150 da quando eravamo arrivati sull’isola. Se ne accorse ed incalzò, portandosi la mano sinistra nella tasca del gilet e bloccando con la destra la mia portiera aperta: “Punta su Lucky, metti duemila, vinci ventimila. Prendi quindici tu e cinque io”.

Stella non comprese la gravità della minaccia e con la sua consueta sensualità scese dal pick-up e si avvicinò a Manuel che la riconobbe subito: “Señorita Stella, quale piacere”, mettendomi ancora più ansia con le parole successive. “Come sta suo padre, il signor Victorino? Mi sono preso cura di lui in passato. Prima o poi vorrei prendermi cura di lei”.

Nel gergo locale, “prendersi cura” stava per proteggere come guardia del corpo e spingersi anche ben oltre pur di assecondare il proprio protetto. Ma si poteva usare con altrettanta efficacia per indicare la volontà di eliminare una persona e Manuel sapeva benissimo che nella mia lingua l’ambiguità era molto più evidente.

Così, malvolentieri, cedetti e mi recai con Stella verso l’Ippodromo vicino, mentre Manuel si allontanava su una moto. Era la prima volta che si mostrava fuori controllo, era la prima volta che mi minacciava con il coltello in tasca. Avevo una sensazione strana, così prima di andare a piazzare la quota mi misi ad ascoltare le conversazioni dei presenti.

Tutti sapevano del tentativo di combinare la corsa, c’erano anche molti poliziotti in divisa e in  borghese, tanto che le puntate su Lucky erano state sospese. Questo mi metteva al riparo dalle minacce di Manuel, non potevo effettuare alcuna puntata e mi misi a guardare tranquillo dalle tribune la corsa che stava per iniziare. Stranamente notai che alla partenza erano solamente in nove, anzichè i 10 cavalli indicati nel tabellone.

Lucky Express un purosangue nero, si dimostrò subito molto veloce, a dispetto della quota da peggiore del lotto. A metà gara si trovava ancora in testa, tallonato da Felicidad bellissimo esemplare dal mantello maculato, che nelle previsioni era quotato 3 a 1.

Dopo 3 giri testa a testa, all’ultima curva Felicidad non riuscì però a contenere lo scatto travolgente di “Lucky Express” che vinse con almeno due lunghezze di distacco. Non potei non notare come qualche capannello di persone esultava in modo troppo esagerato per la vincita di un cavallo sul quale erano state sospese le puntate.

Fu in quel momento che, come colpito da una doccia gelata improvvisa, mi accorsi del grave errore appena compiuto. La sospensione riguardava le puntate su un altro cavallo dal nome simile, “Lucky Star”. Adesso Manuel si sarebbe senz’altro “preso cura” di me.

Istantaneamente presi Stella per un braccio e le dissi: “Conviene andar via di qui! Temo di aver perso un amico…

Sapendo che normalmente Manuel si sarebbe rifatto vivo qualche giorno dopo la corsa e non volendo deludere né insospettire Stella che teneva particolarmente a parteciparvi, ci recammo ugualmente al party.

Il tempo sembrava non passare mai, fra i soliti balli, decine di strette di mano e vuote chiacchiere da bar. Una di quelle serate che solitamente mi vedevano brillante ed esuberante protagonista era improvvisamente diventata soffocante. Avevo voglia di andarmene, quindi cercai Stella, trovandola in mezzo ad un gruppo di sue amiche del Liceo Superiore di San Juan, la chiamai e presi in disparte, portandola nella terrazza del locale, da dove si ammirava la più bella vista sulla baia.

Non appena ci affacciammo, lei mi baciò appassionatamente e ci misi pochi istanti a capire come avesse già bevuto qualche bicchiere di troppo. Riconobbi anche il sapore, lo chiamavano “Sangue di Satana”, un cocktail micidiale di diverse varietà di rhum, che io stesso avevo sfruttato in altre occasioni per abbassare le barriere razionali di alcune ragazze dell’isola. Provai a spiegarle che non potevamo restare più, che dovevo risolvere una situazione difficile, ma non ci fu nulla da fare, non mi ascoltava fissando con lo sguardo vuoto le mie labbra in attesa di un altro bacio.

Le feci mettere un braccio intorno alla mia vita e la guidai barcollante verso l’uscita, passando attraverso i sentieri esterni del giardino per dare meno nell’occhio. Sembrò tutto andar bene, finchè al parcheggio, non riconobbi immediatamente Manuel appoggiato alla macchina con una evidente smorfia di compiacimento sul volto scavato.

“Hai già ritirato la vincita?” mi disse quando arrivai a pochi metri di distanza. Provai a prendere tempo: “No, essendo una bella cifra, ho pensato di ritirarla con calma domani, ad un orario meno affollato. Non sai mai che gente c’è in giro la sera…”. Manuel continuò ad incalzare: “Hai ragione, amico mio, c’è gente che uccide per molto meno di cinquemila dollari”., poi corrugandosi in volto “immagina cosa succede a chi tenta di imbrogliarci!”.

In pochi istanti mi accorgo che Manuel tira fuori una pistola e dal buio saltano fuori due dei suoi uomini, che ci bloccano tenendoci con le mani dietro la schiena. Mentre Stella, completamente ubriaca, continuava a chiedere “Chi siete? Cosa volete?” alternando espressioni di paura e risate incontrollabili, io cercavo di accennare una spiegazione, ma Manuel mi chiuse subito la bocca puntandomi la canna della pistola fra  gli occhi.

Troppo tardi, Ted,”  il tono della sua voce si fece immediatamente più serio mentre si preparava a sparare, simulando un’espressione di finto cordoglio “hai preso in giro l’uomo sbagliato. Ma io sono un signore e tuo amico. Ti darò la possibilità di pagare il tuo debito, però ho bisogno che tu ti ricordi bene con chi hai a che fare”

Il parcheggio era deserto e per loro fu facile legarci. Presero le chiavi della mia auto e, dopo averci bendato ed imbavagliato, ci fecero salire nel sedile posteriore. Sentivo Stella piangere a dirotto. Facemmo qualche miglio di strada sconnessa, potevo udire il rombo delle loro vecchie moto seguire a breve distanza la mia auto, in cui cercavo di liberare in qualche modo gli occhi o le mani, ma non riuscii comunque ad ottenere alcun risultato, finchè non compresi che ci stavamo fermando.

Mi spostarono di peso nei sedili anteriori, mani e piedi ancora legati, e, finalmente, ci tolsero la benda davanti agli occhi. Manuel, con lo sguardo spiritato e iniettato di sangue di chi si accinge a compiere un atto folle, mi guardò fisso negli occhi: “Voglio fare un’altra scommessa con te, amico mio. Facciamo un’ultima corsa. Io scommetto la tua vita che ce la fai.. e che poi verrai da me a scusarti.”.

Volevo implorarlo di lasciare libera Stella, cercavo di esprimermi in qualche modo nonostante la stoffa mi soffocasse ancora di più ad ogni singolo respiro. Ma non riuscii a far nulla, ero impotente ed in balia degli eventi.

Uno degli uomini in moto raggiunse Manuel e gli disse qualcosa sottovoce. Li vidi parlare un momento, finché il capo non annuì e disse al terzo uomo qualcosa che non riuscii a comprendere. Un istante dopo, si aprì la portiera del passeggero e tirarono giù Stella a forza, scaraventandola per terra. Gemette qualche secondo per poi diventare silenziosa.

Manuel continuò imperterrito, senza minimamente accennare al destino di Stella, “In fondo a questa strada c’è il vecchio cimitero. Fatti dire se hanno bisogno di compagnia…”.

Senza che potessi far nulla, mi bloccò con altre corde al sedile e fece spingere il pickup giù per il burrone.

Il fuoristrada cominciò la sua discesa incontrollata, acquisendo sempre maggiore velocità, fin quando un avvallamento lo fece girare in una curva che causò inevitabilmente il ribaltamento.

La struttura dell’auto resse i primi scossoni, poi il vetro andò in frantumi, le corde si allentarono ed iniziai a sbattere come un pupazzo inerme dentro una scatola. Non so dire, oggi,  quanto tempo durò la discesa, so che mi ritrovarono ancora dentro l’abitacolo, con fratture multiple, un tubolare divelto che mi perforava la carne sul fianco ed un braccio quasi reciso dal parabrezza rotto.

Successivamente mi dissero che l’auto finì la sua corsa in una vecchia area abbandonata da anni, schiantandosi contro un albero a pochi metri da un burrone dal quale certamente non avrei avuto scampo. I soccorsi confermarono che probabilmente sono arrivato in fondo ancora cosciente ed avevo cercato di uscire attraverso il finestrino, ma ciò che restava della portiera era bloccato da una pietra che sporgeva dal terreno, spezzatasi con l’urto.

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4 pensieri su “Redeyes – Capitolo 1

  1. Bello, interessante la trama, spero sia così anche il secondo capitolo e gli altri😄

    Poi, per essere stato scritto da uno zio della mia età…!

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  2. …ok, va bene, mi hai coinvolto.
    Adesso mi toccherà andare avanti fino alla fine, non si lasciano le cose in sospeso.

    Un capitolo a settimana è un ottima trovata per tenerti incollato… al video, tipo le serie di Sky.

    Un bravissimo al piccolo Alfredo di allora.

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  3. mmm…ok per la trama e sono molto curioso di conoscere il resto.
    Complimenti al fox 17enne, ma ci sono un sacco di pero’ e varie ingenuita’ sparse…
    Vediamo come prosegue, ma ho la sensazione che piu’ che una rinfrescata servirebbe un pesante lavoro di editing; intendo proprio che dovresti sforbiciare: tagliando il testo acquisterebbe
    😉

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