“Je suis… !” – A volte, è meglio star zitti

Un Venerdì 13 così nero non lo immaginava nessuno. 129 morti ed oltre 350 feriti nel momento in cui scrivo.

Non è facile trattare argomenti così tristi (devastanti, laceranti, spaventosi, ecc.) in un blog che si propone di tirar fuori ai propri lettori una fuggevole risata. L’articolo sulle problematiche dei neoquarantenni, pronto per sabato mattina, è finito in standby, di fronte ad una notte di vero terrore trascorsa davanti la tv.

Così, con il pensiero da un lato rivolto alle famiglie delle vittime e dall’altro verso i miei figli, ancora piccoli e già costretti a vivere in un mondo – senza girarci intorno con le parole – già in guerra, ho preferito concentrarmi con distacco scientifico all’ampia varietà di emozioni umane che traspare degli stati di Facebook relativi all’evento, visto che quasi tutti si sono sentiti in dovere di comunicare il proprio pensiero.

Ne sono venuti fuori diversi profili:

1 – Gli apocalittici, il cui pensiero comune è “Moriremo tutti“, ma poiché, almeno allo stato delle cose, trattasi di verità inconfutabile, spesso necessita di toni che mostrino ulteriore gravità trasformando il verbo da futuro semplice in un amaro presente che, più che indicativo, può chiamarsi portasfigativo: “siamo già tutti morti” e “i prossimi siamo noi

2 – I Giustizialisti, nei cui stati campeggiano le varianti di un perentorio “Bombardiamoli“, espressione diretta del sentimento “di pancia” che, sviscerando profondamente l’animo umano, porta a concludere che per ogni civile occidentale morto bisognerebbe uccidere con dei bombardamenti – non importa se mirati o meno – almeno 100 mediorientali (tanto sono tutti uguali). Curioso come sostituendo i termini “occidentale” e “mediorientali” con “tedesco” e “italiani“, si tornerebbe esattamente indietro di 70 anni.

3 – I generalizzanti etnici di tipo A (geografici), ovvero coloro i quali basterebbe annientare con le armi nucleari l’intera Siria, la Libia, l’Iraq, l’Afghanistan, il Pakistan e una decina di paesi loro confinanti a caso, “tanto sono tutti terroristi, bambini compresi, questi arabi di mer… Facciamoli saltare in aria, vanno pure in paradiso felici!“. Ma di certo non ti presti a pensare allo stesso modo, sostituendo i termini “terroristi” e “arabi” con “mafiosi” e “siciliani” e da buon siciliano onesto ti incazzeresti pure. E giustamente.

4 – I generalizzanti etnici di tipo B (religiosi), che vedono nell’Islam il nemico ultimo e supremo, la colpa di tutti i mali e passano la giornata condividendo il titolo soft di Libero “Bastardi islamici“, per poi riversare odio nei confronti del giardiniere delle Mauritius, fidato lavoratore presso il loro domicilio da oltre 10 anni, e per di più inconsapevoli del fatto che questi è anche un fervente cristiano.

5 – Gli evoluzionisti, il cui stato prevalente riguarda la concezione del nostro essere “mille anni avanti a loro, come cultura, società e costumi“, e che da un lato giustificano le loro azioni con la loro arretratezza mentale, dall’altro proprio per questa arretratezza non meritano di vivere dalla nostra parte del mondo e devono restare a casa loro finché non si evolvono (come i pokemon?).

6 – Gli isolazionisti, il cui desiderio principale consiste nel costruire nuovi muri, chiudere le frontiere e fare in modo che “ognuno resti a casa propria“. Cosa che in tempi meno grami avrebbero augurato ai francesi stessi, sulla cui villantata grandeur hanno detto, fino al pomeriggio di venerdì, peste e corna. Certo, se tutti in Europa chiudessero le frontiere, i problemi si riverserebbero su chi non le può chiudere, avendo un territorio con migliaia di chilometri di incontrollabile mare. E… no, per quanto alcuni possano trovarlo un’attività divertente, quasi sportiva, non puoi sparare in acque internazionali alla prima barca piena di gente che vedi.

7 – Gli esperti amatoriali di politica internazionale, che attraverso status inopinatamente lunghi, spiegano come il terrorismo islamico provenga da una decisione politica di secoli prima, magari presa in un continente diverso e, snocciolando uno alla volta tutti gli episodi che hanno segnato l’evoluzione storico-culturale dal loro punto di partenza fino ad oggi, concludono il tutto con un “sono le conseguenze delle azioni del passato“. Risultato encomiabile, se non che su centinaia di stati simili, non ce ne sono due che partano dalla stessa ipotesi e giungano alla medesima conclusione.

8 – I comprensivi, che dopo una premessa che salvi la propria coscienza da ciò che stanno per dire, in cui condannano formalmente ogni atto di violenza, subito dopo implicitamente la giustificano affermando che ne capiscono le ragioni, magari dicendo apertamente “Se fossi un siriano cui hanno bombardato la famiglia, anche io non la prenderei bene e cercherei vendetta“. Certo, però, il loro passo successivo sarà la giustificazione formale dell’antica “Legge del taglione

9 – I protagonisti, che cercano il “MiPiace” anche e soprattutto durante tragedie come questa e pur non pubblicando status propri, diventano onnipresenti nelle pagine dei media di informazione distribuendo il proprio pensiero alla comunità tramite i commenti, tipicamente il refrain “bombardiamoli“, dei quale in nove virgola novantanove casi su dieci, non ne sente assolutamente la necessità.

10 – Gli strateghi, che propongono direttamente al mondo la soluzione alla crisi del terrorismo e la loro personale ricetta per la pace nel mondo. Anche se poi, molto spesso queste soluzioni comprendono un graduale disimpegno delle nostre attività nelle zone di guerra, nella speranza che la rabbia dei terroristi si plachi con il passare del tempo. L’obiettivo finale, quindi,  si adatta velocemente a “pace a casa nostra e a casa loro facciano quello che vogliono, che si ammazzino pure, tanto a me non me ne frega niente, e così stasera guardo “Tu si que vales!” senza bisogno di impegnare in altro la mia coscienza civile”

11 – Gli ultrà, che inneggiano a chiunque abbia portato l’offensiva militare nei confronti del nemico. Il tono dei messaggi è standardizzato su “Putin è il Mio Presidente” o altri segni di ammirazione. Certo, con ogni probabilità saranno i primi a dire “Chi ce lo ha fatto fare?” nel caso in cui si decidesse di intervenire militarmente e dovessero arrivare le prime rappresaglie nel nostro paese.

12 – I saccenti, che non possono esimersi dal dire ” io sapevo già che prima o poi sarebbe successo di nuovo…”. Divertenti come una lucertola ubriaca dentro la maglia della salute, farebbero meglio a mettere le loro arti divinatorie al servizio dell’ intelligence internazionale piuttosto che utilizzarle per dispensare banali e lapalissiane verità.

Forse,

in un momento storico in cui tutti sentono il bisogno di comunicare qualcosa

sarebbe meglio stare zitti.

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4 pensieri su ““Je suis… !” – A volte, è meglio star zitti

  1. Perfetto, impeccabile, soave.
    E’ un post, questo tuo, a cui bisognerebbe applaudire fino a spellarsi le mani, qualcosa che dovrebbe essere declamato a reti unificate (tutte, compresa la rete per antonomasia).
    Hai scritto parole meravigliosamente coeve, coerente, intelligenti, dense di una sottile satira di costume che stempera l’altrimenti depressiva considerazione dello squallore imperante.
    Un articolo su cui non esiterei a mettere la firma.
    In un momento di smarrimento generale e persino nell’imbarazzo a postare qualcosa di divertente, questo è l’unico post che salvo di tutti quelli letti in questi giorni su WP ed altre piattaforme.
    Se portassi il cappello, me lo toglierei e chinerei il capo in segno di riverenza e rispetto.

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  2. A mio modesto avviso manca solo il “vero” colpevole di tutto ciò, l’assassino che in genere si scopre all’ultima pagina di un ottimo libro giallo, ma forse questo non è un ottimo libro giallo visto che il colpevole lo si è capito a pagina due: il governo americano. Che con le sue ambizioni imperialiste e di conquista, immaginando il mondo come una versione allargata del Risiko, ha trascinato nello sconforto e nella disperazione tutti quelli che, più o meno “volontariamente”, gli sono andati dietro.
    Detto ciò, nessuna pietà per chi uccide in quel barbaro modo.

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