Lettere a mia figlia: Il lattuccio, le lacrime e Zidane

Mia piccola stella,

Oggi vorrei raccontarti un episodio significativo della nostra vita insieme. Hai quasi 10 anni e sicuramente hai già intuito che papà ha un lieve interesse per il gioco del calcio (seppur meno di quanto ne rivolge alla sua principale derivazione, il fantacalcio). In effetti, lo so per certo, perché hai improvvisamente iniziato a rompere e lamentarti, da brava donnina in fase di formazione della personalità, se per puro caso vedi anche solo il riverbero verde nella stanza buia.

Ebbene, prima che il tuo astio verso il mondo del pallone diventi irreversibile, è giusto che tu sappia che c’è stato un momento della mia vita che indissolubilmente collega te e le fortissime emozioni che questo sport può regalare.

Un tempo eri solo un piccolo fagottino di gioia che passava le giornate distribuendo sorrisini a destra e a manca, fra un cambio di pannolini (contenenti potenti armi chimiche, ricordo bene, tali che è un piccolo miracolo che un drone non ci abbia bombardato la casa) e una pappa spiattellata su vestiti puliti poco prima di andare al lavoro.

Avevi solo sei mesi, era il 9 Luglio 2006.

E quella sera, eravamo simultaneamente a Berlino e a casa della zia, a giocarci insieme la finale del Mondiale.

Ci hanno tagliato i fotografi, ma noi eravamo un po’ alla destra di Buffon. Io con la maglia azzurra, tu con la tutina rosa con su la scritta “Fitness bebè”

 

Certo, non finiremo mai di ringraziare i colleghi della mamma, che CASUALMENTE quella sera misero l’unica donna del reparto in turno fino alle 21.00, lasciando a me la gioia di accudirti.

Si, avrei potuto anche lasciarti dai nonni “profani” di calcio, ma una forte sensazione mi diceva che quella sera dovevi restare con me; la assecondai senza esitare e devo dire che non me ne sono mai pentito. Lascia che ti racconti, adesso che hai l’età per comprendere, il perché quella sera è stata così speciale.

Vedi, l’Italia era arrivata, per la terza volta nella mia vita, alla finale dei mondiali, la partita delle partite, che si gioca ogni 4 anni e a cui l’Italia arriva una volta ogni 12. La vittoria del 1982 mi vedeva ancora troppo piccolo ed ho pochi ricordi vaghi che, complici i miei 6 anni, non hanno lasciato significative tracce di essi nella mia memoria a lungo termine. La sconfitta ai rigori del 1994 invece, segnò la penultima volta che sentii sgorgare lacrime sul mio viso: come ho detto alla mamma in tante occasioni, ogni volta che mi chiede perché non piango mai, ma tendo a tenere tutte le emozioni dentro… le mie lacrime finirono quel giorno.

Il numero 10 si chiama Baggio ed era l’idolo di tuo padre a 18 anni. In quel momento, sbagliando il rigore decisivo, aveva appena messo fine alla mia gioventù.

 

Quella sera, a Berlino e dalla zia, vedevo la mia nuova grande occasione per vincere un mondiale. Non guardarmi male, lo so che non giocavo io personalmente; c’è una cosa che un giorno scoprirai in ambiti anche diversi della tua vita che si chiama “passione”, che ti fa soffrire e gioire per qualcosa che non dipende in alcun modo da te, ma che senti tua come se dovessi essere tu stesso a compiere l’impresa.

E tu, piccola mia, hai contribuito in tutto ciò nella maniera più imprevista.

Nei 3 mesi precedenti della tua vita avevi sempre divorato il lattuccio in meno di 10 minuti, così quella sera, con la partita che sarebbe iniziata alle 20.00, ti ho preparato tutto alle 19.40, tenendomi altri dieci minuti di margine sull’inizio della partita: non sto qui a spiegarti la distribuzione di frequenza di una variabile casuale e gli intervalli di confidenza, ti basti sapere che la probabilità che ci mettessi più dei 20 minuti previsti era inferiore al 3%.

E’ vero, la mamma mi aveva detto che la volta precedente la nonna era andata un po’ lunga con i tempi, quindi avrei dovuto farti mangiare alle 20.15. Ma cosa vuoi che gliene importi – pensavo scioccamente – ad una bambina paffutella di mezzora in più o in meno?

E invece quella sera, per i tuoi 220 ml di latte sembravi più lenta della Ferrovia Circumetnea in confronto al TGV.

Così alle 20.00 in punto, in concomitanza con il fischio d’inizio della partita più importante del nuovo millennio, mentre in salone 19 persone si ammutolivano, lasciando la scena in religioso silenzio alle voci di Bergomi e Caressa, io e te eravamo da soli, l’una in braccio all’altro, nella cucina di mia sorella con gli occhi fissi verso un televisore 19pollici del 1990, intenti anche a cercare di superare la faticosa soglia di metà biberon.

Quello a destra è Bergomi e quello a sinistra è Caressa, il marito della signora che la mamma guarda preparare ricette strane. Erano i telecronisti di quella partita.

 

Al settimo minuto l’arbitro fischiò un rigore per la Francia, mentre tu poppavi. Zinedine Zidane, che a quel tempo era per distacco il giocatore più forte del mondo, andò sul dischetto, e tu ancora poppavi. Prendeva la rincorsa… e tu ancora poppavi.

La palla colpì la traversa, rimbalzò sul terreno e andò via verso le braccia di Buffon, mentre Caressa urlava “Non è gol, Non è gol!”. Dall’altra parte della casa giunse un boato ed io iniziai ad esultare, facendoti sobbalzare, baciandoti e lanciandoti in aria, giudicando come un lieve danno collaterale l’averti fatto perdere la presa della bocca sulla tettarella.

Avesti pochi istanti di sconcerto, con gli occhi grandi e spaventati, giusto il tempo di percepire Bergomi con voce triste che diceva “E’ gol, Fabio!”, per decidere di scoppiare in un pianto disperato, a bocca aperta e linguetta tremante.

Zidane è quello con il numero 10, ha appena detto ai suoi compagni: “Maintenaint, glie facciò le cucchiaiò…”. Si, è vero, da dietro somiglia a papà. Anche tecnicamente, poi, ci sono certe somiglianze, ma non capiresti…

 

Non ti calmavi in alcun modo… ho provato ad usare tutta la dolcezza possibile, ti canticchiavo le tue canzoni preferite… nulla da fare. Piangevi disperata ed era colpa di questo padre snaturato che aveva messo in prima fila l’emozione di un non-gol. E, per giunta inutilmente, visto che eravamo comunque sotto 1-0 e i fantasmi del 1994 tornavano a materializzarsi.

Hai pianto senza sosta per 10 lunghissimi minuti, senza che di là nessuno ci sentisse. E ce ne hai messo un altro a deciderti a prendere in bocca nuovamente il biberon. Il tutto mentre papà augurava quanto di peggio possibile ai colleghi della mamma.

Poi finalmente ti sei acquietata ed hai ripreso la pappa, 39 minuti dopo la prima poppata come MAI nella tua vita avevi fatto.

Ma meno di 30 secondi dopo, su un calcio d’angolo, Marco Materazzi decise di entrare nella storia segnando il pareggio dell’Italia con un imperioso colpo di testa.

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A volte la storia da appuntamento ai personaggi più improponibili. Fabio Grosso, protagonista un’oretta e mezza dopo, è finito pure nel video di Waka Waka

 

 

 

Lì, amore mio, mentre 57 milioni di persone diventavano una voce sola, felice ed impazzita di gioia, ti ho regalato il più grande gesto d’amore che un padre italiano possa fare nei confronti della propria figlia: sono rimasto impassibile, seduto con te in braccio, mentre dentro di me esplodeva un vulcano di emozioni.

Hai continuato a bere il tuo lattuccio, non ti sei accorta di nulla e, pochi minuti dopo, hai finito regalandomi un bel sorriso.

Non ti sei accorta che l’emozione di tuo padre è comunque uscita, nel modo più silenzioso possibile: un ultimo, inarrestabile, felicissimo, soddisfatto fiume di lacrime che mi ha riempito il volto gocciolando, letteralmente, sulla tua tutina.

Vedesti il resto del primo tempo in braccio a me, per poi addormentarti come un angelo nel tuo baby-pullman. Finché un’ora buona dopo, con la mamma rientrata in tempo per vedere una lunga meravigliosa storia di gol annullati, traverse, paratissime, testate e rigori, non ti sei svegliata anche tu campionessa del mondo.

Noi eravamo lì in mezzo.

 

Ti voglio bene,
Papà

 

 

 

 

E infine, per i nostalgici, un regalino da youtube…

 

 

 

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2 pensieri su “Lettere a mia figlia: Il lattuccio, le lacrime e Zidane

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